Se il Papa ripassasse Galileo
PIERGIORGIO ODIFREDDI
Caro direttore,
il 1° e il 2 dicembre il Papa ha tenuto banco su giornali e tg:
dapprima con la nuova enciclica Spe Salvi, poi con due interventi, a
un Forum delle Organizzazioni Non Governative Cattoliche e ai fedeli
in piazza San Pietro per l'Angelus. Ripetendo, come si addice al
massimo rappresentante della più antica e immutabile istituzione
governativa mondiale, le stesse parole che lui e i predecessori vanno
ripetendo da secoli: in particolare, attaccando la scienza e la
democrazia, cioè le vere radici dell'Europa e dell'Occidente.
Cominciamo dall'enciclica sulla speranza e la fede, che il suo autore
sintetizza così: «Il presente, anche un presente faticoso, può essere
vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi
possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare
la fatica del cammino (...). L'uomo ha, nel succedersi dei giorni,
molte speranze - più piccole o più grandi - diverse nei periodi della
sua vita. Quando però queste speranze si realizzano, appare con
chiarezza che ciò non era in realtà il tutto. Si rende evidente che
l'uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre. Si rende evidente
che può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre
più di ciò che egli possa mai raggiungere».
Ma queste parole, che si presentano come il messaggio di speranza di
un saggio, si rivelano nella realtà un appello all'illusione. Il Papa
si accorge che non ha senso che viviamo la vita rivolti al domani,
alienando il presente a un raggiungimento futuro dell'amore, del
possesso, della carriera e del successo. Non propone però, come i
sapienti d'ogni tempo, dai filosofi stoici ai monaci buddisti, una
tranquilla accettazione dell'oggi e una serena liberazione dal
desiderio. Piuttosto, azzarda un disperato rilancio che sostituisce
una posta finita materiale, con un'infinita immateriale: casca dalla
padella delle lusinghe dell'aldiqua reale, nella brace
dell'attrazione di un aldilà immaginario. Il riferimento al buddismo
non è pura provocazione. Se il Papa conoscesse un po' meglio
questa «religione» ben più saggia e umanista della sua, scoprirebbe
che ha anche anticipato di due millenni uno dei problemi che sembrano
assillarlo nell'enciclica: quello relativo alla possibilità di
salvezza individuale o collettiva.
Storia delle religioni a parte, è difficile dire quanto il Papa
conosca quella della scienza. Nell'enciclica si limita a citare
Bacone, un pensatore venuto prima di qualunque teoria e pratica
scientifica significativa: il che sarebbe come se uno pretendesse di
criticare il Cristianesimo sulla base dei pronunciamenti di uno dei
profeti del Vecchio Testamento. In ogni caso, almeno un episodio
della storia della scienza Benedetto XVI dovrebbe conoscerlo, quello
del processo a Galileo: se non altro, perché ha diretto per 25 anni
l'organo che l'ha condannato, quella Congregazione per
della Fede che mantiene una continuità con il Sant'Uffizio. E
dovrebbe dunque sapere che la causa di quel processo fu l'irritazione
di Urbano VIII nel veder messa alla berlina la propria «mirabile e
angelica dottrina»: che la scienza fosse ipotetica, e non assoluta.
Ovvero, il relativismo, che tanto assilla Benedetto XVI, e che lui
imputa in particolare agli scienziati. Quanto Galileo concordasse con
quella dottrina, e cioè per niente, è dimostrato dal fatto che nel
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo la fece difendere da un
sempliciotto chiamato Simplicio: per questo il Papa s'infuriò. La
stessa dottrina era stata enunciata quasi un secolo prima, ma solo
per pararsi da possibili attacchi della Chiesa, da colui che scrisse
la prefazione al libro di Copernico: quell'Osiander che Giordano
Bruno chiamò «asino ignorante e presuntuoso». Da allora, in accordo
con Bruno e Galileo, nessuno scienziato ha mai pensato che le verità
scientifiche siano relative: al contrario, tutti sanno che esse sono
assolute e definitive, nell'ambito della propria approssimazione,
benché risultino spesso passibili di ulteriori miglioramenti.
Nell'Angelus di domenica il Papa proclama che «la scienza
contribuisce molto al bene dell'umanità, ma non è in grado di
redimerla», e ha ragione: la scienza non pensa che l'umanità sia da
redimere, bensì solo da studiare, capire e servire. E benché sia
vero, come dice l'enciclica, che la tecnologia (non la scienza) è
andata «dalla fionda alla megabomba», aprendo «possibilità abissali
di male», il Papa non può fingere di dimenticare che spesso è stata
proprio la sua religione a realizzare tali possibilità nella storia.
Nell'incontro con le Ogn cattoliche Benedetto XVI ha poi
attaccato «una concezione del diritto e della politica in cui conta
solo il consenso tra gli stati»: il principio fondamentale della
convivenza internazionale e della democrazia! Il portavoce del
Palazzo di Vetro, Farhan Haq, gli ha ricordato che l'Onu si fonda
sulla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo: spesso si
dimentica che il Vaticano non l'ha mai firmata, perché non è disposto
a permettere la libertà religiosa entro le sue mura, e che per questo
non può essere membro dell'Onu, ma solo osservatore. È dunque
verissimo che «l'uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre»: ma
non oltre la democrazia e la ragione, bensì oltre l'assolutismo
ideologico e l'irrazionalismo filosofico di cui
generale, e questo Papa in particolare, sono le voci più udibili e
amplificate. Quanto alla scienza, Santità, si informi, e dopo ci
informi: allora le sue parole non suoneranno come quelle di Urbano
VIII, che Galileo non poté fare a meno di mettere alla berlina.