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venerdì, 29 febbraio 2008
Verso il 2° FESTIVAL MEDITERRANEO DELLA LAICITA´
Venerdì 7 marzo 2007
alle 17.30
presso la sala La Figlia di Jorio
della Provincia di Pescara
Presentazione del libro
Dilemmi di Bioetica
di Chiara Lalli
Sarà presente l'autrice.

Chiara Lalli
Dilemmi della bioetica
Liguori Editore, Napoli 2007, pagg. 240, € 17,00
Spesso sono i bambini a porre le domande più imbarazzanti e più difficili, e sono quasi esclusivamente i bambini a intestardirsi di fronte a un divieto: "perché no?". Questa è la domanda che tutti dovrebbero formulare in presenza di un divieto. E in mancanza di una valida ragione, il divieto dovrebbe essere considerato illegittimo. Tanto il divieto di uscire a giocare all´imbrunire, quanto quello di ricorrere all´eutanasia o alla fecondazione eterologa. Perché no? Una simile domanda sposta l´onere della prova sulle spalle di quanti desiderano vietare. E prende sul serio un diritto tanto sbandierato quanto poco rispettato: la libertà individuale. Bene prezioso che impone a chi intende limitarne il dominio di giustificare e supportare con argomenti saldi gli impedimenti morali e legali. Nei dibattiti e nei testi normativi che riguardano le questioni bioetiche raramente sono presenti (buoni) argomenti. Ogni volta che si vuole negare o limitare la sperimentazione embrionale o il trasferimento nucleare, il ricorso all´interruzione volontaria di gravidanza o alle tecniche di procreazione assistita, dovrebbe essere necessario rispondere a quella domanda in modo soddisfacente. La differenza rilevante non è rappresentata dall´appartenenza ad una qualche area (bioetica laica e bioetica cattolica), piuttosto nell´essere in grado di offrire valide ragioni.
Fecondazione assistita, eutanasia, madre surrogata, trapianto d'organi e via dicendo. Le scoperte mediche negli ultimi decenni hanno aperto prospettive che solo 50 anni fa sembravano pura fantascienza. Con esse sono sorti tanti dilemmi in cui paure, diverse opinioni ma anche pregiudizi hanno fatto sì che spesso più che il confronto tra diverse posizioni, prevalga il silenzio.
Chiara Lalli. Chiara Lalli è docente di Logica e Filosofia della Scienza presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell´Università "La Sapienza" di Roma.
Ha pubblicato articoli di bioetica, filosofia pratica e filosofia della medicina, e ha curato insieme a Fabio Bacchini una raccolta di saggi teorici sull´amore (Che cos´è l´amor, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2003). Con Liguori ha pubblicato Libertà procreativa (2004) e Dilemmi della bioetica (2007).
giovedì, 28 febbraio 2008
Un milione e quattrocentomila euro da parte del comune di Milano, ottocentomila euro da Firenze e ottocentomila da Bologna, solo in un anno. Sono i regali dei comuni italiani alle confessioni religiose: regali che gli atei italiani si preparano a censire e catalogare con un’azione capillare sul territorio italiano, per la creazione di una banca dati che renda chiara l’entità dell’appoggio economico delle istituzioni locali alle chiese.
«Invitiamo tutti i cittadini a richiedere al proprio comune di residenza le delibere di attribuzione degli oneri di urbanizzazione secondaria – spiega Raffaele Carcano, segretario nazionale della Uaar – per poter così capire quanti sono i soldi pubblici che finiscono alle chiese, oltre a quelli dell’otto per mille. Sul nostro sito abbiamo messo a disposizione la domanda da presentare ai comuni e tutti i riferimenti di legge del caso». Sul sito della Uaar, inoltre, compaiono già i primi dati raccolti, che verranno aggiornati di volta in volta sulla base delle segnalazioni dei cittadini: «ci aspettiamo di ricevere informazioni da molti degli iscritti ai nostri circoli locali, che hanno già risposto con entusiasmo all’iniziativa» conclude Carcano.
I comuni italiani possono, per legge, stornare una parte dei propri fondi a vantaggio delle Opere relative a chiese ed edifici per servizi religiosi e delle Opere relative a centri civici e sociali e attrezzature culturali e sanitarie, dietro cui si annidano molte presenze confessionali: soldi che vengono sottratti, all’insaputa dei cittadini, alle iniziative di interesse pubblico. I comuni italiani possono farlo, ma non sono obbligati, come già stabilito da una sentenza del Tar. E non è dato sapere a quanto ammonti questo cortese regalo. La campagna Oneri della Uaar si propone proprio di quantificare, e denunciare, fino all’ultimo centesimo.
Le informazioni sulla campagna Oneri si trovano <http://www.uaar.it/uaar/campagne/oneri/>sul sito internet della Uaar.
martedì, 26 febbraio 2008
Per destinare il 5 per mille all'UAAR è sufficiente compilare lo spazio riservato al cinque per mille sulle dichiarazioni dei redditi (CUD, 730, Unico) nel seguente modo:
Apporre la propria firma nel riquadro "Sostegno del volontariato, delle associazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale, delle associazioni riconosciute che operano nei settori di cui all'art. 10, c.1, lett a), del D.Lgs. n. 460 del 1997";
Riportare il codice fiscale dell'UAAR (92051440284) nello spazio collocato subito sotto la firma.
sabato, 23 febbraio 2008
Le campagne dell’ “otto per mille” della Chiesa cattolica, che ogni primavera invadono l’ etere, Rai, Mediaset e radio nazionali, sono considerate nel mondo pubblicitario un modello di comunicazione. Ben girate, splendida fotografia, musiche di Morricone, storie efficaci, a volte indimenticabili. Chi non ricorda quella del 2005, imperniata sulla tragedia dello tsunami? Lo spot apre su un fragile villaggio di capanne, dalla spiaggia i pescatori scalzi scrutano l’ orizzonte cupo. Voce fuori campo: “Quel giorno dal mare è arrivata la fine, l’ onda ha trasformato tutto in nulla”. Stacco sul logo dell’ otto per mille: “Poi dal niente, siete arrivati voi. Le vostre firme si sono trasformate in barche e reti”. Zoom su barche e reti. “Barche e reti capaci di crescere figli e pescare sorrisi”. Slogan: “Con l’ otto per mille alla Chiesa cattolica, avete fatto tanto per molti”. Un capolavoro. La campagna 2005, affidata come le precedenti alla multinazionale Saatchi & Saatchi, secondo Il Sole 24 Ore è costata alla Chiesa nove milioni di euro. Il triplo di quanto la Chiesa ha poi donato alle vittime dello tsunami, tre milioni (fonte Cei), lo 0,3 per cento della raccolta. Nello stesso anno, l’Ucei, l’ unione delle comunità ebraiche italiane, versò per lo Sri Lanka e l’ Indonesia 200 mila euro, il 6 per cento dell’ “otto per mille”. Un’ offerta in proporzione venti volte superiore, in un’ area dove non esistono comunità ebraiche.Gli spot della Chiesa cattolica sono per la maggioranza degli italiani l’unica fonte d’informazione sull’ otto per mille. Consegue una serie di pregiudizi assai diffusi. Credenti e non credenti sono convinti che la Chiesa cattolica usi i fondi dell’ otto per mille soprattutto per la carità in Italia e nel terzo mondo. Le due voci occupano la totalità dei messaggi, ma costituiscono nella realtà il 20 per cento della spesa reale, come conferma Avvenire, che pubblica per la prima volta il resoconto sul numero del 29 settembre. L’ 80 per cento del miliardo di euro rimane alla Chiesa cattolica.
Tanto meno gli spot cattolici si occupano d’ informare che le quote non espresse nella dichiarazione dei redditi, il 60 per cento, vengono comunque assegnate sulla base del 40 per cento di quanto è stato espresso e finiscono dunque al 90 per cento nelle casse della Cei. Questo compito in effetti spetterebbe allo Stato italiano. Lo Stato avrebbe dovuto illustrare e giustificare ai cittadini un meccanismo tanto singolare di “voto fiscale”, unico fra i paesi concordatari.
In Spagna per esempio le quote non espresse nel “cinque per mille” restano allo Stato. In Germania lo Stato si limita a organizzare la raccolta dei cittadini che possono scegliere di versare l’ 8 o 9 per cento del reddito alla Chiesa cattolica o luterana o ad altri culti. Il principio dell’ assoluta volontarietà è la regola nel resto d’ Europa. Lo Stato italiano lo adotta infatti per il “cinque per mille”. Anzi, fa di peggio. Il “cinque per mille” è nato nel 2006 per destinare appunto lo 0,5 dell’ Irpef (660 milioni di euro, stima ufficiale delle Entrate) a ricerca e volontariato. Nel primo (e unico) anno hanno aderito il 61 per cento dei contribuenti, contro il 40 dell’ “otto per mille”: un successo enorme.
Le sole quote volontarie ammontano a oltre 400 milioni. Ma con la Finanziaria del 2007 il governo ha deciso di porre un tetto di 250 milioni al fondo, che si chiama sempre “cinque per mille” ma è ridotto nei fatti a meno del due. Le quote eccedenti verranno prelevate dall’ erario. Con una mano lo Stato dunque regala 600 milioni di quote non espresse alla Cei e con l’ altra sottrae 150 milioni di quote espresse a favore di onlus e ricerca. Nella stessa pagina del modulo 730 il “voto fiscale” espresso da un cittadino in alto a favore delle chiese vale in termini economici quattro volte il voto nel “cinque per mille”. Perché due pesi e due misure? Lo Stato in diciassette anni non ha speso una parola pubblica, uno spot, una pubblicità Progresso, per spiegare il senso, il meccanismo e la destinazione reale dell’ otto per mille. Ed è l’ unico “concorrente” che ne avrebbe i mezzi, oltre al dovere morale. Gli altri (Valdesi, Ebrei, Luterani, Avventisti, Assemblee di Dio) dispongono di fondi minimi per la pubblicità, peraltro regolarmente denunciati nei resoconti. Mentre la Chiesa cattolica è l’ unica a non dichiarare le spese pubblicitarie, riprova di scarsa trasparenza. L’ unica voce a rompere il silenzio dello Stato fu nel 1996 quella di una cattolica, come spesso accade, la diessina Livia Turco, allora ministro per la Solidarietà. Turco propose di destinare la quota statale di otto per mille a progetti per l’ infanzia povera. Il “cassiere” pontificio, monsignor Attilio Nicora, rispose che “lo Stato non doveva fare concorrenza scorretta alla Chiesa”.
Fine del dibattito. Oggi Livia Turco ricorda: “Nella mia ingenuità, pensavo che la mia proposta incontrasse il favore di tutti, compresa la Chiesa. L’ Italia è il paese continentale con la più alta percentuale di povertà infantile. Al contrario la reazione della Chiesa fu durissima, infastidita, e dalla politica fui subito isolata. Ho vissuto quella vicenda con grande amarezza”. La politica non ha mai più osato fare “concorrenza” alla Chiesa cattolica, anzi l’ ha favorita con un pessimo uso del fondo. Nel 2004 i media hanno dato grande risalto alla trovata del governo Berlusconi di utilizzare 80 dei 100 milioni ricevuti dall’ otto per mille per finanziare le missioni militari, in particolare in Iraq. Degli altri venti milioni, quasi la metà (44,5 per cento) sono finiti nel restauro di edifici di culto, quindi ancora alla Chiesa. La percentuale di “voti” allo Stato italiano è crollata dal 23 per cento del 1990 all’ 8,3 del 2006.
All’ atteggiamento remissivo dello Stato italiano ha fatto da contraltare una crescente aggressività da parte delle gerarchie ecclesiastiche e soprattutto dei politici al seguito, cattolici e neo convertiti, nel rivendicare il denaro pubblico. In agosto, quando la commissione europea ha chiesto lumi al governo Prodi sui privilegi fiscali del Vaticano, nell’ ipotesi si tratti di “aiuti di Stato” mascherati, l’ ex ministro Roberto Calderoli, già protagonista delle battaglie anticlericali della Lega anni Novanta, ha chiesto al Papa di “scomunicare l’ Unione Europea”. Rocco Buttiglione ha avanzato un argomento in disuso fra gli intellettuali dai primi del ‘900, ma oggi di gran moda. Secondo il quale i privilegi concessi dalla Stato al Vaticano sarebbero “una compensazione per la confisca dei beni ecclesiastici dello Stato Pontificio”. Un revanscismo già sepolto dalla Chiesa del Concilio. Nel 1970 Paolo VI aveva “festeggiato” con la visita in Campidoglio la breccia di Porta Pia: “atto della Provvidenza”, una “liberazione” per la Chiesa da un potere temporale che ne ostacolava l’ autentica missione. Joseph Ratzinger scrive ne “Il sale della terra”: “Purtroppo nella storia è sempre capitato che la Chiesa non sia stata capace di allontanarsi da sola dai beni materiali, ma che questi le siano stati tolti da altri; e ciò, alla fine, è stata per lei la salvezza”. La legge 222 del 1985 istitutiva dell’ otto per mille, perlopiù sconosciuta ai polemisti, in ogni caso non accenna ad alcuna forma di “risarcimento” per le confische (argomento insensato nell’ Italia di vent’ anni fa).
Lo scopo primario della legge di revisione del Concordato fascista del ‘29 era di garantire un sostituto della “congrua”, ovvero lo stipendio di Stato ai sacerdoti. Nei primi anni lo Stato s’ impegnava infatti a integrare l’ otto per mille, fino a 407 miliardi, nel caso di una raccolta insufficiente per pagare gli stipendi. In cambio il Vaticano accettava che una commissione bilaterale valutasse ogni tre anni l’ ipotesi di ridurre l’ otto per mille nel caso contrario di un gettito eccessivo. Ora, dal 1990 al 2007, l’ incasso per la Cei è quintuplicato e la spesa per gli stipendi dei preti, complice la crisi di vocazioni, è scesa alla metà, dal 70 al 35 per cento. Eppure la commissione italo-vaticana non ha mai deciso un adeguamento. Perché? Senza avventurarsi in filosofia del diritto, si può forse raccontare il percorso di uno dei componenti laici della commissione, Carlo Cardia. Il professor Cardia, insigne giurista di formazione comunista, consigliere di Enrico Berlinguer e Pietro Ingrao, ha esordito da fiero “difensore del diritto negato in Italia all’ ateismo” (”Ateismo e libertà religiose”, De Donato, 1973).
Nel 2001 è Cardia a invocare una riduzione dell’ otto per mille, in un saggio pubblicato dalla presidenza del consiglio: “Dall’ otto per mille derivano ormai alla Chiesa cattolica, meglio: alla Cei, delle somme veramente ingenti, che hanno superato ogni previsione. Si parla ormai di 900-1000 miliardi l’ anno di lire. Il livello è tanto più alto in quanto il fabbisogno per il sostentamento del clero non supera i 400-500 miliardi. Ciò vuol dire che la Cei ha la disponibilità annua di diverse centinaia per finalità chiaramente “secondarie” rispetto a quella primaria del sostentamento del clero; e che lievitando così il livello del flusso finanziario si potrebbe presto raggiungere il paradosso per il quale è proprio il sostentamento del clero ad assumere il ruolo di finalità secondaria”. Previsione perfetta. “Tutto ciò - concludeva Cardia - porterebbe a vere e proprie distorsioni nell’ uso del danaro da parte della Chiesa cattolica; e, più in generale, riaprirebbe il capitolo di un finanziamento pubblico irragionevole che potrebbe raggiungere la soglia dell’ incostituzionalità se riferito al valore della laicità quale principio supremo dell’ ordinamento”. Nel tempo il professor Cardia è diventato illustre collaboratore di Avvenire, il giornale dei vescovi. I suoi temi sono cambiati: l’ apologia del rapporto fra i giovani e Benedetto XVI, la lotta ai Dico, l’ esaltazione del Family Day.
Ciascuno naturalmente ha il diritto di cambiare idea. Ma è opportuno che, avendole cambiate sul giornale della Cei, continui a far parte di una commissione governativa chiamata a stabilire quanti soldi lo Stato deve versare alla Cei? Nell’ ultimo editoriale su Avvenire il professor Cardia tuona contro l’ inchiesta di Repubblica, “una delle più colossali operazioni di disinformazione degli ultimi tempi”. Senza contestare nel merito un singolo dato, nega con veemenza che la Chiesa costi troppo agli italiani e s’ indigna per “l’ indecente” accostamento con la “casta”. E’ lo stesso professor Cardia che il 20 febbraio scorso dichiara in un’ intervista: “Io porterei la quota dell’ otto per mille al sette, vista l’ imponente massa di danaro che smuove. Basti pensare che dall’ 84 a oggi nessuno, se non per controversie politiche, vi ha posto mano”.
Con le altre confessioni lo Stato è assai meno generoso. In risposta a un’ interrogazione dei soliti radicali, nel luglio scorso il ministro Vannino Chiti ha citato come prova della bontà del meccanismo “il fatto che anche i valdesi hanno chiesto e ottenuto le quote non espresse”. Chiesto sì, ottenuto mai. Incontro la “moderatrice” della Tavola Valdese, Maria Bonafede, il “Ruini” dei valdesi, nella modesta sede vicino alla Stazione Termini. “Per motivi etici avevamo rinunciato alle quote non espresse, ma nel 2000, visto l’ uso che ne faceva lo Stato, le abbiamo chiese. Abbiamo incontrato governi di destra e di sinistra, il vecchio Letta e il nuovo. Ogni volta ci rinviano. Se la ottenessimo oggi, la vedremmo solo nel 2010. Lo Stato anticipa i soldi alla Cei, ma agli altri li versa con tre anni di ritardo”.
Ai valdesi sono andati nel 2006 circa 5 milioni 700 mila euro, ma avrebbero diritto a oltre 13 milioni. Il resto lo trattiene lo Stato. La Tavola Valdese usa i soldi dell’ otto per mille al 94 per cento per la carità e il rimanente alla pubblicità. I pastori valdesi vivono delle donazioni spontanee. Lo stipendio base, uguale dalla “moderatrice” all’ ultimo pastore, è di 650 euro al mese. Maria Bonafede spiega: “I soldi dell’ otto per mille arrivano dalla società e vi debbono tornare. Se una Chiesa non riesce a mantenersi con le libere offerte, è segno che Dio non vuole farla sopravvivere”.
Articolo di Curzio Maltese pubblicato su La Repubblica
venerdì, 22 febbraio 2008
Una volta un prete mi tirò una Bibbia sul cuore. Per fortuna avevo una pallottola d’oro che mi aveva regalato mia madre che mi salvò la vita!
W.Allen
Se solo Dio volesse darmi un segno che esiste; ad esempio, depositando una grossa somma di denaro sul mio conto in banca!
W.Allen
Non solo Dio non esiste, ma provate a trovare un idraulico la domenica!
W.Allen
Giubileo a Roma. Il cardinale: «Una carnevalata gay a Roma è intollerabile». «E se sfiliamo sobriamente flagellandoci a sangue?».
Altan
Mamma, il Papa ribadisce: no ai rapporti prematrimoniali.
E tu dagliela a un uomo sposato
Altan
Invitato a leggere il Nuovo Testamento Mike Bongiorno ha chiesto: «Perché, sono compreso fra gli eredi?».
Amurri e Verde
A volte a Lourdes i film muti si mettono a parlare.
Romano Bertola
Fede: credere senza prove a ciò che viene detto da uno che parla senza cognizione di causa di cose senza paragone.
Ambrose Bierce
Sono d’accordo a far dire le preghiere a scuola, purché venga trovato un posto per l’algebra in chiesa.
Dylan Brody
Dio mi ha fatto imperfetto e mortale. Permettete che sia, almeno, un po’ seccato.
Pino Caruso
Ma, eminenza, Gesù Cristo non è morto povero? Appunto, non vogliamo fare la stessa fine.
Pino Caruso
Tra i cattolici c’è di tutto: anche qualche cristiano.
Pino Caruso
Maria fu assunta in Cielo perché piena di grazia e madre di uno dei soci di maggioranza.
Comix
Maria fu assunta in Cielo perché non trovava lavoro in Terra.
Comix
Se le vostre idee sono poco originali è meglio che non le divulghiate. Se invece non sono originali per niente, raccoglietele in un’enciclica.
Enzo Costa
Dio prese del fango, ci sputò su e nacque Adamo. E Adamo, asciugandosi il viso, disse: «Cominciamo bene…».
Giobbe Covatta
Mosè: quest’uomo che tanto ha dato al ciclismo in Italia e nel mondo…
Giobbe Covatta
Caro Gesù Bambino, ti ringrazio per aver esaudito i miei desideri dell’anno scorso. Ti avevo chiesto di eliminare la fame nel mondo, e infatti quelli che avevano fame sono quasi tutti morti.
Giobbe Covatta
Dalla seconda lettera ai Corinti: «Cari Corinti, potevate almeno rispondere alla prima…».
Giobbe Covatta
Giuseppe: «E pensare che vivrà solo 33 anni…». Maria: «Beh, per essere un Palestinese è già tanto!».
Ellekappa
La religione è finita. Non c’è più nessuno che si vanti di aver portato a letto una suora.
Ennio Flaiano
Credo nella reincarnazione. Nel testamento, mi sono nominato unico erede.
Max Greggio
Caro Dio, tutta questa roba ce la siamo pagata noi, perciò grazie di niente.
The Simpson
Dio è il mio personaggio immaginario preferito.
The Simpson
Puoi chiamare Dio in mille modi: Dio, Allah, Buddha, Geova, Yahvè, Ernesto… tanto non ti risponde.
Corrado Guzzanti
In Irlanda, se vi chiedono di che religione siete, dite buddista.
Daniele Luttazzi
Ogni mattina vado in edicola e compro Penthouse e Avvenire. Avvenire lo uso per masturbarmi.
Daniele Luttazzi
   
Cara Dottoressa Schlesinger,
le scrivo per ringraziarla del suo lavoro educativo sulle leggi del Signore. Ho
imparato davvero molto dal suo programma, ed ho cercato di dividere tale
conoscenza con piu' persone possibile. Adesso, quando qualcuno tenta di
difendere lo stile di vita omosessuale, gli ricordo semplicemente che nel
Levitico 18:22 si afferma che cio' e' un abominio. Fine della discussione.
Però, avrei bisogno di alcun consigli da lei, a riguardo di altre leggi
specifiche e come applicarle.
1. Vorrei vendere mia figlia come schiava, come sancisce Esodo 21:7. Quale pensa
sarebbe un buon prezzo di vendita?
2. Quando do fuoco ad un toro sull'altare sacrificale, so dalle scritture che
ciò produce un piacevole profumo per il Signore. (Lev. 1.9). Il problema e' con
i miei vicini. I blasfemi sostengono che l'odore non e' piacevole per loro. Devo
forse percuoterli?
3. So che posso avere contatti con una donna quando non ha le mestruazioni.
(Lev.15: 19-24.) Il problema e': come faccio a chiederle questa cosa? Molte
donne s'offendono..
4. Lev. 25:44 afferma che potrei possedere degli schiavi, sia maschi che
femmine, a patto che essi siano acquistati in nazioni straniere. Un mio amico
afferma che questo si puo' fare con i filippini, ma non con i francesi. Può
farmi capire meglio? Perche' non posso possedere schiavi francesi?
5. Un mio vicino insiste per lavorare di Sabato. Esodo 35:2 dice chiaramente che
dovrebbe essere messo a morte. Sono moralmente obbligato ad ucciderlo
personalmente?
6. Un mio amico ha la sensazione che anche se mangiare crostacei e' un abominio
(Lev. 11:10) , lo e' meno dell'omosessualita'. Non sono d'accordo. Può
illuminarci sulla questione?
7. Lev. 21:20 afferma che non posso avvicinarmi all'altare di Dio se ho difetti
di vista. Devo effettivamente ammettere che uso occhiali per leggere.... La mia
vista deve per forza essere 10 decimi o c'e' qualche scappatoia alla questione?
8. Molti dei miei amici maschi usano rasarsi i capelli, compresi quelli vicino
alle tempie, anche se questo e' espressamente vietato dalla Bibbia (Lev 19:27).
In che modo devono esser messi a morte?
9. In Lev 11:6-8 viene detto che toccare la pelle di maiale morto rende impuri.
Per giocare a pallone debbo quindi indossare dei guanti?
10. Mio zio possiede una fattoria. E' andato contro Lev. 19:19, poiché ha
piantato due diversi tipi di ortaggi nello stesso campo; anche sua moglie ha
violato lo stesso passo, perche' usa indossare vesti di due tipi diversi di
tessuto (cotone/acrilico). Non solo: mio zio bestemmia a tutto andare. E'
proprio necessario che mi prenda la briga di radunare tutti gli abitanti della
citta' per lapidarli come prescrivono le scritture? Non potrei, piu'
semplicemente, dargli fuoco mentre dormono, come simpaticamente consiglia Lev
20:14 per le persone che giacciono con consanguinei?
So che Lei conosce questi argomenti molto meglio del sottoscritto, per cui
sono sicuro che potrà rispondermi a queste semplici domande. Nell'occasione, la
ringrazio ancora per ricordare a tutti noi che la parola di Dio è eterna e
immutabile.
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I giorni 20 e 21 febbraio 2008 si è svolto il Darwin Day 2008 organizzato dal circolo UAAR di Pescara.
Si è cominciato a Penne con la proiezione del film ...e l'uomo creò Satana, ottimo film del 1960 incentrato sul processo Scopes, dove si accusò e si condannò, nel 1925, un giovane insegnante di biologia, statunitense, per aver insegnato l'evoluzione in una scuola statale. Buona affluenza di pubblico, presenza del Sindaco e stimolante dibattito.
Si è continuato, il giorno dopo, presso l'Università di Chieti, facoltà Lettere e Filosofia, con un convegno retto da quattro professori su argomenti relazionati all'evoluzione: Dott.ssa Iannetti, Prof. Lucchetta, Prof. Pauer, Prof. Nicosia.
Circa 150 spettatori, riprese Tv e comunicato RAI.
Il prossimo martedì 26 febbraio sulla rete ATV7 alle ore 19,00 circa verrà trasmesso un ampio servizio sul nostro Darwin Day. Non ve lo perdete.
Se c'è un problema di minoranze offese e marginalizzate, oggi in Italia, esso riguarda i laici La Città del Vaticano, in termini di diritto internazionale, è uno Stato sovrano titolare di 'soggettività internazionale'. È ammesso come osservatore permanente all'Onu, mantiene rappresentanze diplomatiche presso gli organismi internazionali e scambia ambasciatori accreditati con tutto il mondo. In termini istituzionali la Città del Vaticano è una sorta di monarchia elettiva. Al vertice dello Stato vi è infatti una figura assimilabile a un presidente a vita, eletto da un conclave di maggiorenti (i cardinali). Il pontefice esercita la sua attività coadiuvato da un consiglio da lui scelto (come nelle corti di un tempo) a cui sono affidati compiti e funzioni varie; ma è da lui che promana ogni iniziativa in campo civile, oltre che religioso ovviamente. Come è scritto nel sito ufficiale del Vaticano, "nell'esercizio della sua suprema, piena ed immediata potestà sopra tutta la Chiesa, il romano Pontefice si avvale dei dicasteri della curia romana, che perciò compiono il loro lavoro nel suo nome e nella sua autorità, a vantaggio delle Chiese e al servizio dei sacri pastori". Del resto, anche l'articolo 1 della Costituzione della Città del Vaticano, entrata in vigore il 22 febbraio 2001, non lascia adito a dubbi sul suo ruolo: "Il Sommo Pontefice, Sovrano (sic) dello Stato della Città del Vaticano, ha la pienezza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario". Ebbene, in base a questi dati, sotto il profilo giuridico-politico, il Sommo Pontefice Benedetto XVI è, innanzitutto, un capo di Stato. E, come ogni altro capo di Stato, quando va in visita in un altro paese, può essere omaggiato e osannato oppure può essere criticato e contestato. Ancora prima di ogni valutazione sulla vicenda dell'invito della Sapienza di Roma, questo è il primum mobile della questione. Chi mette piede in uno Stato democratico come, pur con enormi difetti e manchevolezze rimane ancora, forse per poco, l'Italia, è sottoposto alle regole della democrazia. In cima alle quali c'è la libertà di espressione, verbale e non verbale. Quando Richard Nixon venne in Italia e il ricevimento in suo onore fu disturbato dalle proteste di piazza, che arrivavano fino alle ovattate stanze del Quirinale, 'quel' presidente rispose ai suoi imbarazzati anfitrioni: ""No problem, this is democracy". Premesso tutto ciò, rimane il versante politico della questione. Anzi, più che politico, delle buone maniere: su questo i papa-fans hanno ragione da vendere, non si invita qualcuno sapendo di metterlo a rischio di sgradevoli contestazioni. Prima ci si accerta che sia accolto con largo consenso e poi, se ci sono degli irriducibili, si soprassiede. Il pasticciaccio e la brutta figura ricadono tutte sul rettore della Sapienza. Abilmente, la curia vaticana ha colto la palla al balzo per avviare una campagna di vittimizzazione, consentendo ai sicofanti di turno di lanciare allucinanti proclami sulla "libertà di parola negata". L'episodio getta comunque un fascio di luce sullo stato della laicità in Italia. Da un lato è, essa sì, praticamente ridotta al silenzio dalla continua aggressione verbale che le gerarchie ecclesiastiche di ogni ordine e tipo scatenano contro chi non si allinei. Ma dall'altro, checché strombettino le fanfare clericali, dal 'Foglio' in su, il processo di secolarizzazione avanza. Gli studi condotti sotto la supervisione del professor Renato Coppi per l'Osservatorio sulla Secolarizzazione e pubblicati da 'Critica Liberale' dimostrano come la secolarizzazione sia andata costantemente avanzando dal 1991 al 2004 (data dell'ultima rilevazione). Questo processo trova conferma nella sconsolata conclusione di una approfondita ricerca curata da Franco Garelli, Gustavo Guizzadi ed Enzo Pace, secondo la quale "Dio, Cristo, la Bibbia, sono diventati anche per alcuni fedeli oggetti incerti di fede". Per far fronte a questo deperimento la Chiesa ha elevato il livello di scontro, intervenendo in ogni settore della vita civile italiana (e di altri paesi). Ad esempio, con la massima tranquillità certe diocesi discutono sulla eventuale costruzione di moschee, sentenziando sul diritto di altri a praticare degnamente la loro religione. E non si limita a questi aspetti, e ad altri assai materiali e terreni (si veda la perorazione per gli ospedali cattolici della capitale fatta dal papa a sindaco e president i di Regione e Provincia la scorsa settimana): la Chiesa pretende anche di delegittimare qualunque altra etica non fondata sui principi della fede cattolica, come se i non credenti o i cultori del libero pensiero fossero una sottospecie morale, degli Untermenschen dell'anima. Se c'è un problema di minoranze offese e marginalizzate, oggi, in Italia, esso riguarda, ancora una volta, come nei secoli passati, i laici. Non certo la Chiesa, onnipresente su tutti i media. (25 gennaio 2008) Piero Ignazi espresso
mercoledì, 06 febbraio 2008
di
Gustavo Zagrebelsky:
Cattolicesimo e democrazia sono compatibili? Non è affatto una provocazione; è un problema reale. A questa «domanda insidiosa» è, per esempio, dedicato il primo, tormentato, capitolo di La democrazia dei Cristiani (Laterza, 2005) di Pietro Scoppola. La democrazia, dice, sfida la religione perché si fonda sulla libertà di coscienza e sul principio di maggioranza. La religione, a sua volta, sfida la democrazia perché si fonda sulla verità che non dipende né dalla coscienza né dalla volontà della maggioranza.
La Chiesa cattolica non ha mai aderito senza riserve alla democrazia né mai l’ha accettata come unico regime legittimo. Per molti secoli, si è limitata a richiedere al potere politico, quale che ne fosse la natura, il rispetto di quelli che riteneva essere i propri diritti. Poi si è aperta a qualche aspetto di giustizia sociale e, da ultimo, ha assunto, come criterio di legittimità dei sistemi di governo, il rispetto della dignità umana e dei relativi diritti. Solo col Concilio Vaticano II si è fatto un passo avanti, una scelta peraltro non incondizionata e non irrevocabile ma solo «preferenziale» per la democrazia, il regime più conforme al diritto-dovere di partecipazione politica dei cittadini e dei cattolici in particolare. Ma resta una riserva – la riserva su cui il magistero cattolico ha organizzato qualcosa che sembra l’ultimo fronte di resistenza di fronte a ciò che avverte come una minaccia mortale: il relativismo, una parola che ha assunto, nel linguaggio dei due ultimi papi, il valore di un anatema.
Sulle questioni che la Chiesa giudica unilateralmente e inappellabilmente legate al suo deposito di verità , la democrazia deve tacere o, se parla, deve acconsentire. Se pronuncia parole diverse, questo è relativismo, sinonimo di disprezzo per la morale, edonismo, egoismo, nichilismo. Con il che essa si erge a maestra di tutta quanta la società , anche dei non credenti, e pretende di attribuire un plusvalore morale alle posizioni dei cattolici osservanti, rispetto a tutte le altre. Chi non si riconosce nelle posizioni del magistero cattolico sembra quasi doversi discolpare per un difetto morale e in effetti molti laici, sorprendentemente, opportunisticamente e vilmente, non rifuggono dall’ammettere la loro mancanza.
Eppure, la democrazia è necessariamente relativistica perché, come ricordato all’inizio, si basa sulla libertà di coscienza di tutti i cittadini, e nel riconoscimento della libertà di coscienza consiste il suo titolo maggiore di nobiltà . Relativismo, contrariamente a ciò che dice il magistero cattolico, alludendo addirittura a una «dittatura del relativismo», non significa affatto condanna delle convinzioni morali; non significa che una cosa vale l’altra e dunque nulla ha valore. Significa che le convinzioni, i valori, le fedi sono, per l’appunto, relativi a chi li professa e che nessuno può imporli agli altri. E che, sul piano della vita collettiva, essi devono formarsi procedendo dal libero confronto tra le «relatività ». La democrazia deve essere orgogliosa di questo suo carattere. Tutte le volte che supinamente se ne scusa, chiede venia e quasi se ne vergogna, ripudia se stessa.
La fede è compatibile con la democrazia a una condizione: che non sia etero-diretta da un potere dogmatico. La democrazia è il regime del confronto delle diverse posizioni, per la responsabile e ininterrotta ricerca delle soluzioni migliori ai problemi del vivere sociale. Ciò comporta che, ferme le convinzioni etiche fondamentali di credenti e non credenti (anche i non credenti possono avere le proprie certezze: sotto questo aspetto non ci sono differenze), per quanto riguarda la loro traduzione nella pratica politica, esse diventano opinioni. Non possono essere certezze dogmatiche. Che senso avrebbe il libero confronto democratico se una parte dicesse: fate quel che volete, io non sono disposta a stare ad ascoltarvi (ma voi dovete ascoltare me!), perché io ho la verità in tasca e non ho bisogno di andar cercandola?
Si comprende così l’enorme importanza per la democrazia che ha la proclamazione fatta dal Concilio Vaticano II circa l’autonomia dei cattolici nel campo politico-sociale e circa la legittimità della loro militanza in schieramenti partitici diversi. Per converso, si comprende la minaccia per la democrazia insita nella pretesa odierna del magistero di imporre, interpretando riduttivamente il Concilio, comportamenti politici specifici e supina obbedienza.
Uno degli argomenti più usati contro la democrazia, in quanto «relativistica», è che il prevalere della maggioranza potrebbe giungere a contraddire i presupposti della democrazia stessa, negando i diritti umani e instaurando «democraticamente» una qualche sorta di regime dispotico, come in effetti è accaduto nel secolo scorso. Ma non è affatto vero che le democrazie contemporanee non si preoccupino di questo rischio. Anzi, proprio su questo punto le democrazie liberali hanno imparato dagli errori e dalle sconfitte della storia (dico, tra parentesi, senza aver ottenuto un aiuto particolarmente rilevante dalla Chiesa cattolica) e hanno approntato il loro rimedio. E, in effetti, esse iscrivono solennemente in testi fondamentali, intoccabili dalle maggioranze, i principî dell’etica pubblica, sotto forma di diritti e doveri fondamentali. Conseguentemente, organizzano il potere pubblico in maniera tale da evitare le concentrazioni pericolose e istituiscono organi di garanzia, come le Corti costituzionali, cui attribuire la custodia di quel patrimonio di principî comuni. Si affidano, in ultima e decisiva istanza, al dibattito pubblico e alla consapevolezza dei loro cittadini. Non basta? Non è una garanzia sufficiente?
La Chiesa sembra per l’appunto dire che non basta, che non è sufficiente. E per questo si propone come garanzia assoluta, una garanzia che, per essere tale, deve porsi al di fuori, al di sopra dei circuiti della democrazia. Ma questo non significa altro che il tentativo di sovrapporre una super-Costituzione alla Costituzione democraticamente stabilita, una «Costituzione della Costituzione» di cui la Chiesa – un bimillenario potere organizzato secondo principî ancor oggi essenzialmente autocratici – sarebbe dispensatrice. Si converrà che quello che alla Chiesa appare l’offerta di una garanzia, per i non cattolici è una pretesa alquanto bizzarra e, comunque, radicalmente inaccettabile. A chi dice di volerci difendere dai rischi della democrazia, si converrà che, proprio in nome della democrazia, si dovrà opporre: chi ci garantirà dai pretesi, volenterosi garanti?
Si vuole con questo escludere i cattolici dal dibattito sui temi fondamentali del nostro vivere civile, come talora lamenta un certo vittimismo cattolico? Per nulla. Si vuole invece che entrino nel dibattito deponendo ogni pretesa di infallibilità che viene dal loro agire come appendici di un potere gerarchico e dogmatico e, cosa assai rilevante, senza mettere impropriamente in campo la loro grande potenza organizzativa: una forza, oltretutto, sostenuta anche con denaro pubblico, non certo solo cattolico.
Difendiamo dunque il diritto di parola dei cattolici nelle questioni politiche e sociali, esattamente come difendiamo quello di tutti gli altri. Ma pretendiamo che nessuno si impalchi a maestro di Verità . Tutti possiamo avere la nostra verità e sceglierci i nostri maestri ma a nessuno è dato di imporre la propria verità come La Verità . Per questo, le posizioni della Chiesa, e di chi della Chiesa approfitta per i fini suoi, dovrebbero sempre stare sotto la clausola: «dal proprio punto di vista». Senza questa riserva, le loro posizioni contraddicono la democrazia, alimentano contrapposizioni che fomentano violenze, dividono il campo come tra due eserciti belligeranti e rendono il dialogo impraticabile. È possibile che non si comprendano i pericoli? È possibile che proprio la Chiesa, quando alza il tono per impartire a tutti lezioni di verità che pretendono di tradursi in leggi, non si avveda che così facendo, contro il suo intendimento, corre il rischio di mettersi fuori gioco e di condannarsi a un ghetto in cui la sua voce sarà forte ma irrilevante?
Dicendo Chiesa, tuttavia, si usa un termine che comprende molte cose. Sarebbe sorprendente che la Chiesa, tutta intera, senza differenze, stesse cedendo a queste tentazioni temporaliste. In effetti, coloro che hanno occasione di frequentare una Chiesa diversa da quella curiale – per l’appunto la Chiesa del popolo di Dio cui il Concilio Vaticano II ha riconosciuto propri autonomi carismi – percepiscono spesso una sensibilità molto diversa: una sensibilità che, sotto il segno della democrazia, permette il più facile e naturale incontro di credenti e non credenti. Le posizioni potranno divergere, caso per caso, ma le ragioni delle divergenze non coincidono con le credenze religiose di ciascuno. L’impressione è che, tra gerarchia cattolica e popolo cattolico, si sia formata una frattura di incomunicabilità . Essa stenta a mostrarsi in tutta la sua dimensione e in tutta la sua forza, anche per l’irrigidimento dogmatico e disciplinare che viene dall’alto. Ma certo non sarà colmata in questo modo. Anzi, al contrario!
Sul piano della concezione dell’essere cristiano, il punto cruciale da cui deriva questa spaccatura mi pare che possa essere indicato, in termini generali, in questo modo. Il magistero si sta involgendo in una sorta di «razionalismo della fede» che, oltre ad apparire una contraddizione in sé, fa torto sia alla ragione sia alla fede: come possono le pretese della ragione accettare di poggiare sul mistero (la realtà cristiana ultima)? e come possono le pretese della fede accettare di essere sottoposte al vaglio della scienza (il tribunale supremo della ragione)? È un’antica questione.
Mentre per secoli fede e ragione si sono poste l’una contro l’altra, prevalendo ora l’una ora l’altra, di recente, addirittura con un’enciclica, se ne è tentata la sintesi. Ma la sintesi ha comunque questa conseguenza: che alla fede cristiana e alle sue «calde» verità evangeliche si sono venute a sostituire gelide e astratte dottrine dalle quali si possono dedurre tutte le conseguenze di etica pratica e anche tutte le ambizioni di potere mondano che si vogliono. Così, per esempio, il magistero, sull’aborto, parla della Vita; sul divorzio o sulle coppie di fatto, della Famiglia; sulla procreazione artificiale, di Trasmissione della Vita eccetera, tutto con le iniziali maiuscole perché, nella sua impostazione, parla di realtà la cui origine e la cui funzione sono divine (il «progetto intelligente» di Dio).
Ma nella vita della Chiesa non c’è solo questo oblio del messaggio di Gesù di Nazareth. Non risulta che la «verità » cristiana sia in un insieme di astratte dottrine, come è per qualsiasi dottrina umana, delle scienze naturali o di quelle sociali. La verità cristiana è una persona, il Cristo: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre» (Gv 8, 12). Il mondo non è rischiarato da nessuna dottrina, ma dalla carità , come è detto nel «comandamento nuovo» dato prima della passione: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 14, 34). Ma la logica della carità non si esprime in categorie astratte: la Vita, la Famiglia, la Procreazione eccetera. Si esprime nella considerazione, comprensione, condivisione e compassione, con riguardo agli altri esseri umani nelle loro concrete condizioni di vita. E nell’ordine della carità , la Verità non ha posto o, se ha posto, per usare un linguaggio impreciso e allusivo, è il prossimo tuo la tua verità . Tutto questo è pienamente all’opera in tanti luoghi della Chiesa cattolica, presso tanti credenti per i quali la democrazia non è affatto un problema. È anzi la condizione naturale in cui può espandersi la ricerca della verità cristiana.
Tutto ciò è evidentemente incompatibile con i diktat dogmatici che provengono dall’alto, i quali trasformano il messaggio cristiano in prontuario di comportamenti politici. Richiede, per l’appunto, come la Costituzione Gaudium et spes del Concilio Vaticano II aveva sancito, l’autonomia e la responsabilità dei cristiani nel realizzare il comandamento della carità , come si dice, in re, in concreto.
E qui si pone il punto d’incontro tra non cristiani e cristiani di buona volontà : rispetto alla carità verso il prossimo siamo tutti uguali, credenti e non credenti, cristiani e non cristiani. Molti cristiani hanno fatto del loro cristianesimo uno strumento di odio e sopraffazione nei confronti degli altri, per motivi di ideologia o di carriera personale; all’opposto molti non credenti vedono nella loro condizione di chi non crede in una verità e in una giustizia che hanno da venire alla consumazione dei tempi (Ap 15, 3), la ragione di un impegno supplementare per ricercare l’una e l’altra nel tempo che è dato loro da vivere, ora e qui.
La celeberrima frase di Dostoevskij: se Dio non esiste, tutto è permesso, può facilmente rovesciarsi nel contrario: proprio se Dio esiste, tutto quaggiù è permesso, perché sarà a Lui di raddrizzare le nostre storture. Onde, il riconoscimento «categoriale» che non pochi non credenti si sentono in dovere di fare con riguardo ai cattolici (chissà perché solo ai cattolici, tra tutti i cristiani?): il riconoscimento che essi, con riguardo alla carità , disporrebbero di qualcosa in più risulta un’adulazione totalmente ingiustificata che i cristiani stessi dovrebbero respingere con sdegno.
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