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domenica, 27 gennaio 2008

L'Istituto Opere Religiose è la banca del Vaticano. In deposito 5
miliardi di euro
Ai correntisti offre rendimenti record, impermeabilità ai controlli e
segretezza totale
Scandali, affari e misteri
tutti i segreti dello Ior
di CURZIO MALTESE
LA CHIESA cattolica è l'unica religione a disporre di una dottrina
sociale, fondata sulla lotta alla povertà e la demonizzazione del
danaro, "sterco del diavolo". Vangelo secondo Matteo: "E' più facile
che un cammello passi nella cruna dell'ago, che un ricco entri nel
regno dei cieli". Ma è anche l'unica religione ad avere una propria
banca per maneggiare affari e investimenti, l'Istituto Opere
Religiose.
La sede dello Ior è uno scrigno di pietra all'interno delle mura
vaticane. Una suggestiva torre del Quattrocento, fatta costruire da
Niccolò V, con mura spesse nove metri alla base. Si entra attraverso
una porta discreta, senza una scritta, una sigla o un simbolo.
Soltanto il presidio delle guardie svizzere notte e giorno ne segnala
l'importanza. All'interno si trovano una grande sala di computer, un
solo sportello e un unico bancomat. Attraverso questa cruna dell'ago
passano immense e spesso oscure fortune. Le stime più prudenti
calcolano 5 miliardi di euro di depositi. La banca vaticana offre ai
correntisti, fra i quali come ha ammesso una volta il presidente
Angelo Caloia "qualcuno ha avuto problemi con la giustizia",
rendimenti superiori ai migliori hedge fund e un vantaggio
inestimabile: la totale segretezza. Più impermeabile ai controlli
delle isole Cayman, più riservato delle banche svizzere, l'istituto
vaticano è un vero paradiso (fiscale) in terra. Un libretto d'assegni
con la sigla Ior non esiste. Tutti i depositi e i passaggi di danaro
avvengono con bonifici, in contanti o in lingotti d'oro. Nessuna
traccia.
Da vent'anni, quando si chiuse il processo per lo scandalo del Banco
Ambrosiano, lo Ior è un buco nero in cui nessuno osa guardare. Per
uscire dal crac che aveva rovinato decine di migliaia di famiglie, la
banca vaticana versò 406 milioni di dollari ai liquidatori. Meno di
un quarto rispetto ai 1.159 milioni di dollari dovuti secondo
l'allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta. Lo scandalo fu
accompagnato da infinite leggende e da una scia di cadaveri
eccellenti. Michele Sindona avvelenato nel carcere di Voghera,
Roberto Calvi impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, il
giudice istruttore Emilio Alessandrini ucciso dai colpi di Prima
Linea, l'avvocato Giorgio Ambrosoli freddato da un killer della mafia
venuto dall'America al portone di casa.
Senza contare il mistero più inquietante, la morte di papa Luciani,
dopo soli 33 giorni di pontificato, alla vigilia della decisione di
rimuovere Paul Marcinkus e i vertici dello Ior. Sull'improvvisa fine
di Giovanni Paolo I si sono alimentate macabre dicerie, aiutate dalla
reticenza vaticana. Non vi sarà autopsia per accertare il presunto e
fulminante infarto e non sarà mai trovato il taccuino con gli appunti
sullo Ior che secondo molti testimoni il papa portò a letto l'ultima
notte.
Era lo Ior di Paul Marcinkus, il figlio di un lavavetri lituano, nato
a Cicero (Chicago) a due strade dal quartier generale di Al Capone,
protagonista di una delle più clamorose quanto inspiegabili carriere
nella storia recente della chiesa. Alto e atletico, buon giocatore di
baseball e golf, era stato l'uomo che aveva salvato Paolo VI
dall'attentato nelle Filippine. Ma forse non basta a spiegare la
simpatia di un intellettuale come Montini, autore della più avanzata
enciclica della storia, la Populorum Progressio, per questo prete
americano perennemente atteggiato da avventuriero di Wall Street, con
le mazze da golf nella fuoriserie, l'Avana incollato alle labbra, le
stupende segreterie bionde e gli amici di poker della P2.
Con il successore di papa Luciani, Marcinkus trova subito un'intesa.
A Karol Wojtyla piace molto quel figlio di immigrati dell'Est che
parla bene il polacco, odia i comunisti e sembra così sensibile alle
lotte di Solidarnosc. Quando i magistrati di Milano spiccano mandato
d'arresto nei confronti di Marcinkus, il Vaticano si chiude come una
roccaforte per proteggerlo, rifiuta ogni collaborazione con la
giustizia italiana, sbandiera i passaporti esteri e
l'extraterritorialità. Ci vorranno altri dieci anni a Woytjla per
decidersi a rimuovere uno dei principali responsabili del crac
Ambrosiano dalla presidenza dello Ior. Ma senza mai spendere una
parola di condanna e neppure di velata critica: Marcinkus era e
rimane per le gerarchie cattoliche "una vittima", anzi "un'ingenua
vittima".
Dal 1989, con l'arrivo alla presidenza di Angelo Caloia, un
galantuomo della finanza bianca, amico e collaboratore di Gianni
Bazoli, molte cose dentro lo Ior cambiano. Altre no. Il ruolo di
bonificatore dello Ior affidato al laico Caloia è molto vantato dalle
gerarchie vaticane all'esterno quanto ostacolato all'interno,
soprattutto nei primi anni. Come confida lo stesso Caloia al suo
diarista, il giornalista cattolico Giancarlo Galli, autore di un
libro fondamentale ma introvabile, Finanza bianca (Mondadori,
2003). "Il vero dominus dello Ior - scrive Galli - rimaneva monsignor
Donato De Bonis, in rapporti con tutta la Roma che contava, politica
e mondana. Francesco Cossiga lo chiamava Donatino, Giulio Andreotti
lo teneva in massima considerazione. E poi aristocratici, finanzieri,
artisti come Sofia Loren. Questo spiegherebbe perché fra i conti si
trovassero anche quelli di personaggi che poi dovevano confrontarsi
con la giustizia. Bastava un cenno del monsignore per aprire un conto
segreto".
A volte monsignor De Bonis accompagnava di persona i correntisti con
i contanti o l'oro nel caveau, attraverso una scala, in cima alla
torre, "più vicino al cielo". I contrasti fra il presidente Caloia e
De Bonis, in teoria sottoposto, saranno frequenti e duri. Commenta
Giancarlo Galli: "Un'aurea legge manageriale vuole che, in caso di
conflitto fra un superiore e un inferiore, sia quest'ultimo a
soccombere. Ma essendo lo Ior istituzione particolarissima, quando un
laico entra in rotta di collisione con una tonaca non è più questione
di gradi".
La glasnost finanziaria di Caloia procede in ogni caso a ritmi
serrati, ma non impedisce che l'ombra dello Ior venga evocata in
quasi tutti gli scandali degli ultimi vent'anni. Da Tangentopoli alle
stragi del '93 alla scalata dei "furbetti" e perfino a Calciopoli. Ma
come appare, così l'ombra si dilegua. Nessuno sa o vuole guardare
oltre le mura impenetrabili della banca vaticana.
L'autunno del 1993 è la stagione più crudele di Tangentopoli. Subito
dopo i suicidi veri o presunti di Gabriele Cagliari e di Raul
Gardini, la mattina del 4 ottobre arriva al presidente dello Ior una
telefonata del procuratore capo del pool di Mani Pulite, Francesco
Saverio Borrelli: "Caro professore, ci sono dei problemi, riguardanti
lo Ior, i contatti con Enimont...". Il fatto è che una parte
considerevole della "madre di tutte le tangenti", per la precisione
108 miliardi di lire in certificati del Tesoro, è transitata dallo
Ior. Sul conto di un vecchio cliente, Luigi Bisignani, piduista,
giornalista, collaboratore del gruppo Ferruzzi e faccendiere in
proprio, in seguito condannato a 3 anni e 4 mesi per lo scandalo
Enimont e di recente rispuntato nell'inchiesta "Why Not" di Luigi De
Magistris. Dopo la telefonata di Borrelli, il presidente Caloia si
precipita a consulto in Vaticano da monsignor Renato Dardozzi,
fiduciario del segretario di Stato Agostino Casaroli. "Monsignor
Dardozzi - racconterà a Galli lo stesso Caloia - col suo fiorito
linguaggio disse che ero nella merda e, per farmelo capire, ordinò
una brandina da sistemare in Vaticano. Mi opposi, rispondendogli che
avrei continuato ad alloggiare all'Hassler. Tuttavia accettai il
suggerimento di consultare d'urgenza dei luminari di diritto. Una
risposta a Borrelli bisognava pur darla!". La risposta sarà di poche
ma definitive righe: "Ogni eventuale testimonianza è sottoposta a una
richiesta di rogatoria internazionale".
I magistrati del pool valutano l'ipotesi della rogatoria. Lo Ior non
ha sportelli in terra italiana, non emette assegni e, in quanto "ente
fondante della Città del Vaticano", è protetto dal Concordato:
qualsiasi richiesta deve partire dal ministero degli Esteri. Le
probabilità di ottenere la rogatoria in queste condizioni sono lo
zero virgola. In compenso l'effetto di una richiesta da parte dei
giudici milanesi sarebbe devastante sull'opinione pubblica. Il pool
si ritira in buon ordine e si accontenta della spiegazione
ufficiale: "Lo Ior non poteva conoscere la destinazione del danaro".
Il secondo episodio, ancora più cupo, risale alla metà degli anni
Novanta, durante il processo per mafia a Marcello Dell'Utri. In video
conferenza dagli Stati Uniti il pentito Francesco Marino Mannoia
rivela che "Licio Gelli investiva i danari dei corleonesi di Totò
Riina nella banca del Vaticano". "Lo Ior garantiva ai corleonesi
investimenti e discrezione". Fin qui Mannoia fornisce informazioni di
prima mano. Da capo delle raffinerie di eroina di tutta la Sicilia
occidentale, principale fonte di profitto delle cosche. Non può non
sapere dove finiscono i capitali mafiosi. Quindi va oltre, con
un'ipotesi. "Quando il Papa (Giovanni Paolo II, ndr) venne in Sicilia
e scomunicò i mafiosi, i boss si risentirono soprattutto perché
portavano i loro soldi in Vaticano. Da qui nacque la decisione di far
esplodere due bombe davanti a due chiese di Roma". Mannoia non è uno
qualsiasi.
E' secondo Giovanni Falcone "il più attendibile dei collaboratori di
giustizia", per alcuni versi più prezioso dello stesso Buscetta. Ogni
sua affermazione ha trovato riscontri oggettivi. Soltanto su una non
si è proceduto ad accertare i fatti, quella sullo Ior. I magistrati
del caso Dell'Utri non indagano sulla pista Ior perché non riguarda
Dell'Utri e il gruppo Berlusconi, ma passano le carte ai colleghi del
processo Andreotti. Scarpinato e gli altri sono a conoscenza del
precedente di Borrelli e non firmano la richiesta di rogatoria. Al
palazzo di giustizia di Palermo qualcuno in alto osserva: "Non ci
siamo fatti abbastanza nemici per metterci contro anche il
Vaticano?".
Sulle trame dello Ior cala un altro sipario di dieci anni, fino alla
scalata dei "furbetti del quartierino". Il 10 luglio dell'anno scorso
il capo dei "furbetti", Giampiero Fiorani, racconta in carcere ai
magistrati: "Alla Bsi svizzera ci sono tre conti della Santa Sede che
saranno, non esagero, due o tre miliardi di euro". Al pm milanese
Francesco Greco, Fiorani fa l'elenco dei versamenti in nero fatti
alle casse vaticane: "I primi soldi neri li ho dati al cardinale
Castillo Lara (presidente dell'Apsa, l'amministrazione del patrimonio
immobiliare della chiesa, ndr), quando ho comprato la Cassa Lombarda.
M'ha chiesto trenta miliardi di lire, possibilmente su un conto
estero".
Altri seguiranno, molti a giudicare dalle lamentele dello stesso
Fiorani nell'incontro con il cardinale Giovanni Battista Re, potente
prefetto della congregazione dei vescovi e braccio destro di
Ruini: "Uno che vi ha sempre dato i soldi, come io ve li ho sempre
dati in contanti, e andava tutto bene, ma poi quando è in disgrazia
non fate neanche una telefonata a sua moglie per sapere se sta bene o
male".
Il Vaticano molla presto Fiorani, ma in compenso difende Antonio
Fazio fino al giorno prima delle dimissioni, quando ormai lo hanno
abbandonato tutti. Avvenire e Osservatore Romano ripetono fino
all'ultimo giorno di Fazio in Bankitalia la teoria del "complotto
politico" contro il governatore. Del resto, la carriera di questo
strano banchiere che alle riunioni dei governatori centrali non ha
mai citato una volta Keynes ma almeno un centinaio di volte le
encicliche, si spiega in buona parte con l'appoggio vaticano. In
prima persona di Camillo Ruini, presidente della Cei, e poi di
Giovanni Battista Re, amico intimo di Fazio, tanto da aver celebrato
nel 2003 la messa per il venticinquesimo anniversario di matrimonio
dell'ex governatore con Maria Cristina Rosati.
Naturalmente neppure i racconti di Fiorani aprono lo scrigno dei
segreti dello Ior e dell'Apsa, i cui rapporti con le banche svizzere
e i paradisi fiscali in giro per il mondo sono quantomeno singolari.
E' difficile per esempio spiegare con esigenze pastorali la decisione
del Vaticano di scorporare le Isole Cayman dalla naturale diocesi
giamaicana di Kingston, per proclamarle "missio sui iuris" alle
dirette dipendenze della Santa Sede e affidarle al cardinale Adam
Joseph Maida, membro del collegio dello Ior.
Il quarto e ultimo episodio di coinvolgimento dello Ior negli
scandali italiani è quasi comico rispetto ai precedenti e riguarda
Calciopoli. Secondo i magistrati romani Palamara e Palaia, i fondi
neri della Gea, la società di mediazione presieduta dal figlio di
Moggi, sarebbero custoditi nella banca vaticana. Attraverso i buoni
uffici di un altro dei banchieri di fiducia della Santa Sede dalla
fedina penale non immacolata, Cesare Geronzi, padre dell'azionista di
maggioranza della Gea. Nel caveau dello Ior sarebbe custodito anche
il "tesoretto" personale di Luciano Moggi, stimato in 150 milioni di
euro. Al solito, rogatorie e verifiche sono impossibili. Ma è certo
che Moggi gode di grande considerazione in Vaticano. Difeso dalla
stampa cattolica sempre, accolto nei pellegrinaggi a Lourdes dalla
corte di Ruini, Moggi è da poco diventato titolare di una rubrica
di "etica e sport" su Petrus, il quotidiano on-line vicino a papa
Benedetto XVI, da dove l'ex dirigente juventino rinviato a giudizio
ha subito cominciato a scagliare le prime pietre contro la corruzione
(altrui).
Con l'immagine di Luciano Moggi maestro di morale cattolica si chiude
l'ultima puntata dell'inchiesta sui soldi della Chiesa. I segreti
dello Ior rimarranno custoditi forse per sempre nella torre-scrigno.
L'epoca Marcinkus è archiviata ma l'opacità che circonda la banca
della Santa Sede è ben lontana dallo sciogliersi in acque
trasparenti. Si sa soltanto che le casse e il caveau dello Ior non
sono mai state tanto pingui e i depositi continuano ad affluire,
incoraggiati da interessi del 12 per cento annuo e perfino superiori.
Fornire cifre precise è, come detto, impossibile. Le poche accertate
sono queste. Con oltre 407 mila dollari di prodotto interno lordo pro
capite, la Città del Vaticano è di gran lunga lo "stato più ricco del
mondo", come si leggeva nella bella inchiesta di Marina Marinetti su
Panorama Economy. Secondo le stime della Fed del 2002, frutto
dell'unica inchiesta di un'autorità internazionale sulla finanza
vaticana e riferita soltanto agli interessi su suolo americano, la
chiesa cattolica possedeva negli Stati Uniti 298 milioni di dollari
in titoli, 195 milioni in azioni, 102 in obbligazioni a lungo
termine, più joint venture con partner Usa per 273 milioni.
Nessuna autorità italiana ha mai avviato un'inchiesta per stabilire
il peso economico del Vaticano nel paese che lo ospita. Un potere
enorme, diretto e indiretto. Negli ultimi decenni il mondo cattolico
ha espugnato la roccaforte tradizionale delle minoranze laiche e
liberali italiane, la finanza. Dal tramonto di Enrico Cuccia, il
vecchio azionista gran nemico di Sindona, di Calvi e dello Ior,
la "finanza bianca" ha conquistato posizioni su posizioni. La
definizione è certo generica e comprende personaggi assai distanti
tra loro. Ma tutti in relazione stretta con le gerarchie
ecclesiastiche, con le associazioni cattoliche e con la prelatura
dell'Opus Dei. In un'Italia dove la politica conta ormai meno della
finanza, la chiesa cattolica ha più potere e influenza sulle banche
di quanta ne avesse ai tempi della Democrazia Cristiana.
(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)
(26 gennaio 2008)
repubblica
Marcinkus
martedì, 22 gennaio 2008
Lettera a Napolitano di Paolo Flores d'Arcais
Caro Presidente,
tempo fa, dovendo scriverti per invitarti ad una iniziativa di
MicroMega, chiesi tramite il tuo addetto stampa se dovevo continuare
ad usare il "tu" della consuetudine precedente la tua elezione, o se
era più consono che usassi il "lei", per rispetto alla carica
istituzionale. Poiché, tramite il tuo addetto stampa, mi facesti
sapere che preferivi che continuassi a scriverti con il "tu", è in
questo modo che mi rivolgo a te in questa lettera aperta, tanto più
che, essendo una lettera critica, mi sembrerebbe ipocrisia
inzuccherare la critica con la deferenza del "lei".
Il mio dissenso, ma si tratta piuttosto di stupore e di amarezza,
riguarda la lettera di scuse che in qualità di Presidente, dunque di
rappresentante dell'unità della nazione, hai inviato al Sommo
Pontefice per l'intolleranza di cui sarebbe stato vittima. E'
verissimo che di tale intolleranza, di una azione che avrebbe
addirittura impedito al Papa di parlare nell'aula magna della
Sapienza, anzi perfino di muoversi liberamente nella sua città, hanno
vociato e scritto tutti i media, spesso con toni parossistici.
Ma è altrettanto vero che di tali azioni non c'è traccia alcuna nei
fatti. La modesta verità dei fatti è che il magnifico rettore (senza
consultare preventivamente il senato accademico, ma mettendolo di
fronte al fatto compiuto, come riconosciuto dallo stesso ex-portavoce
della Santa Sede Navarro-Vals in un articolo su Repubblica) ha
invitato il Papa come ospite unico in occasione dell'inaugurazione
dell'anno accademico (a cui partecipano in nome della Repubblica
italiana il ministro dell'università e il sindaco di Roma), e che,
avutane notizia dalla agenzia Apcom il professor Marcello Cini (già
dallo scorso novembre) e alcune decine di suoi colleghi (più di
recente) hanno espresso per lettera al rettore un loro civilissimo
dissenso.
Quanto agli studenti, nell'approssimarsi della visita alcuni di loro
hanno espresso l'intenzione di manifestare in modo assolutamente
pacifico un analogo dissenso, nella forma di ironici happening.
Il rettore Guarini ha comunque rinnovato al Papa l'invito, e tanto il
Presidente del Consiglio Romano Prodi quanto il ministro degli Interni
Giuliano Amato hanno esplicitamente escluso che si profilasse il
benché minimo problema di ordine pubblico (malgrado la campagna
allarmistica montata dal quotidiano dei vescovi italiani,
"L'Avvenire", rispetto a cui le dichiarazioni di Prodi e Amato
suonavano esplicita smentita). Nulla, insomma, impediva a Joseph
Ratzinger di recarsi alla Sapienza e pronunciare nell'aula magna la
sua allocuzione.
Di pronunciare, sia detto en passant e per amore di verità, il suo
monologo, visto che nessun altro ospite contraddittore o "discussant"
era previsto, e un monologo resta a tutt'oggi nella lingua italiana
l'opposto di un dialogo, checchè ne abbia mentito l'unanime coro
mediatico-politico (che di rifiuto laicista del dialogo continua a
parlare), a meno di non ritenere che tale opposizione, presente ancora
in tutti i dizionari in uso nelle scuole, sia il frutto avvelenato del
già stigmatizzato complotto laicista.
Tutto dunque lasciava prevedere che la giornata si sarebbe svolta
così: mentre Benedetto XVI pronunciava il suo monologo nell'aula
magna, tra il plauso deferente dei presenti (e in primo luogo del
ministro Mussi e del sindaco Veltroni), ad alcune centinaia di metri
di distanza alcuni professori di fisica avrebbero tenuto un dibattito
sui rapporti tra scienza e fede esprimendo opinioni decisamente
diverse da quelle del regnante Pontefice, e ad altrettanta debita
distanza qualche centinaio di studenti avrebbe innalzato cartelli di
protesta e maschere ironiche. Ironia che può piacere o infastidire,
esattamente come le vignette contro il profeta Maometto, ma che
costituisce irrinunciabile conquista liberale.
Dove sta, in tutto ciò, l'intolleranza? E addirittura la
prevaricazione con cui si sarebbe messo al Papa la mordacchia (secondo
l'happening inscenato in aula magna dagli studenti di Comunione e
liberazione)?
A me sembra che intolleranza – vera e anzi inaudita – sarebbe stato
vietare ad un gruppo di docenti di discutere in termini sgraditi ai
dogmi di Santa Romana Chiesa, e ad un gruppo di studenti di
manifestare pacificamente le loro opinioni, ancorché in forme
satiricamente irridenti. Se anzi di tali divieti si fosse solo fatto
accenno da parte di qualche autorità, credo che un numero altissimo di
cittadini si sarebbe sentito in dovere di rivolgersi a te quale
custode della Costituzione, con toni di angosciata preoccupazione per
libertà fondamentali messe così platealmente a repentaglio. Ma, per
fortuna (della nostra democrazia), nessun accenno del genere è stato
fatto.
Il Sommo Pontefice non era di fronte ad alcun impedimento, dunque. Ha
scelto di non partecipare perché evidentemente non tollerava che, pur
avendo garanzia di poter pronunciare quale ospite unico il suo
monologo in aula magna, nel resto della città universitaria fossero
consentite voci di dissenso, anziché risuonare un plauso unanime.
Non è, questa, una mia malevola interpretazione, visto che sono
proprio gli ambienti vaticani ad aver riferito che il Papa preferiva
rinunciare a recarsi in visita presso una "famiglia divisa" (cioè il
mondo accademico e studentesco della Universitas studiorum, la cui
quintessenza istituzionale è però proprio il pluralismo delle
opinioni). Ma pretendere quale conditio sine qua non per la propria
partecipazione un plauso unanime non mi sembra indice di propensione
al dialogo bensì, piuttosto, di vocazione totalitaria.
Non vedo dunque per quale ragione tu abbia ritenuto indispensabile, a
nome di tutta la nazione di cui rappresenti l'unità, porgere al Papa
quelle solenni scuse. Che ovviamente, data la tua autorità, hanno
fatto il giro del mondo. Se c'è qualcuno che aveva diritto a delle
scuse, semmai, è il gruppo di illustri docenti, tutti nomi di
riconosciuta statura internazionale nel mondo scientifico, e che
tengono alto il prestigio italiano nel mondo, a contrappeso
dell'immagine di "mondezza" e politica corrotta ormai prevalente
all'estero per quanto riguarda il nostro paese. Questi studiosi sono
stati infatti accusati di fatti mai avvenuti, e insolentiti con tutte
le ingiurie possibili ("cretini" è stato il termine più gentile usato
dai maestri di tolleranza che si sono scagliati contro il diritto di
critica di questi studiosi).
Né si può passare sotto silenzio il contesto in cui il monologo di
Benedetto XVI si sarebbe svolto, contesto caratterizzato da due
aggressive campagne scatenate dalle sue gerarchie cattoliche.
Trascuriamo pure la prima, cioè i rinnovati e sistematici attacchi al
cuore della scienza contemporanea, l'evoluzionismo darwiniano (bollato
di "scientificità non provata" da un recente volume ratzingeriano
uscito in Germania), benché il rifiuto della scienza non sia cosa
irrilevante per chi dovrebbe aprire l'anno accademico della più
importante università del paese.
Infinitamente più grave mi sembra la seconda, la qualifica di
assassine scagliata dal Papa e dalle sue gerarchie, in un crescendo di
veemenza e fanatismo, contro le donne che dolorosamente abbiano scelto
di abortire. Questo sì dovrebbe risultare intollerabile. Se un gruppo
di scienziati accusasse Papa Ratzinger, o solo anche il cardinal
Ruini, il cardinal Bertone, il cardinal Bagnasco, di essere degli
assassini, altro che lettere di scuse! E perché mai, invece, ciascuno
di loro può consentirsi di calunniare come assassina, nel silenzio
complice dei media e delle istituzioni, ogni donna che abbia deciso di
utilizzare una legge dello Stato confermata da un referendum popolare?
Se vogliono rivolgersi alle donne del loro gregge ricordando che
l'aborto, anche un giorno dopo il concepimento, è un peccato mortale,
e che quindi andranno all'inferno, facciano pure, proprio in base a
quel "libera Chiesa in libero Stato" che il Risorgimento liberale e
moderato di Cavour ci ha lasciato in eredità. Ma diffamare come
assassine cittadine italiane che nessun reato hanno commesso è una
enormità che non può essere passata sotto silenzio, e non sono certo
il solo ad essermi domandato con amarezza perché, in quanto custode
dell'unità della nazione e dunque anche delle sue radici
risorgimentali, tu non abbia fatto risuonare la protesta dello Stato
repubblicano.
La canea di accuse e di menzogne di questi giorni mi ha portato
irresistibilmente alla memoria una piccola esperienza di oltre
quarant'anni fa, nel 1966, quando – giovane universitario iscritto al
Partito comunista da meno di tre anni – vissi incredulo l'esperienza
di un congresso (l'XI, se non ricordo male) di un Partito che si
vantava di essere sostanzialmente più libero e democratico degli altri
(per questo, del resto, vi ero entrato, come milioni di italiani), in
cui Pietro Ingrao, per aver moderatissimamente avanzato l'idea di un
"diritto al dissenso" fu investito da una esondazione di critiche e
vituperi, compresa l'accusa di essere proprio lui un intollerante!
Con una differenza sostanziale e preoccupante: che allora tale
capovolgimento della realtà, versione soft ma non indolore dell'incubo
orwelliano, riguardava solo un partito. Oggi investe l'intero paese,
la sua intera classe politica, la quasi totalità dei suoi mass-media.
Ecco perché spero che tu voglia prestare attenzione anche
all'angosciata preoccupazione di quei segmenti laici (o laicisti, come
preferisce la polemica corrente) del paese, non so se maggioritari o
minoritari (ma la democrazia liberale, a cui ci hai più volte
richiamato, è garanzia di parola e ascolto anche per il dissenso più
sparuto, fino al singolo dissidente), che ormai vengono emarginati o
addirittura cancellati dalla televisione, cioè dallo strumento
dominante dell'informazione, e il cui diritto alla libertà d'opinione
viene di conseguenza vanificato, mentre ogni tesi oscurantista può
dilagare e spadroneggiare.
Con stima, con speranza, con affetto, credimi,
tuo Paolo Flores d'Arcais.
Dal sito di Micromega:
http://micromega.repubblica.it/micromega/2008/01/lettera-aperta.html
lunedì, 21 gennaio 2008
La censura al Vaticano è una bufala, il Papa parla agli italiani
attraverso la televisione più del capo dello Stato e del presidente
della Repubblica». Dopo le polemiche sulla mancata partecipazione di
Benedetto XVI all´inaugurazione dell´anno accademico della Sapienza, i
radicali Marco Pannella, Emma Bonino, Rita Bernardini e Sergio D´Elia
hanno presentato la classifica delle presenze nelle edizioni principali
dei Tg di Giorgio Napolitano, di Romano Prodi, dei ministri del governo,
e, infine, della Santa Sede. Secondo questi dati, il Papa e gli
esponenti della chiesa cattolica sono stati presenti al Tg1 per 26 ore e
35 minuti dal 19 aprile 2005 (elezione di Benedetto XVI), al 14 gennaio
scorso, per una percentuale del 29,13 per cento, superiore a quella
registrata dalle presenze del presidente del Consiglio (18 ore e 32
minuti, 20,31 per cento), e del presidente della Repubblica (13 ore e 47
minuti, 15,1 per cento). Stessa classifica di presenze al Tg2, con il
Papa e gli esponenti della Chiesa al 32,1 per cento, mentre al Tg3 il
pontefice scende al terzo posto (20 per cento), dietro al presidente del
consiglio (24,7 per cento).
Per Pannella, l´Italia è un «Paese dove il capo di una chiesa si esprime
in quantità e qualità senza precedenti al mondo». Il leader radicale ha
sottolineato questa "invasione" richiamando l´epoca fascista: «Il
giochetto di dire "non s´è fatto parlare il povero papa" non sta in
piedi. Sarebbe come voler raccontare che nell´Italia degli anni ´30 si
toglieva la parola a Mussolini».
Per elencare le cifre che testimoniano la «presenza pervasiva del
Vaticano nelle case degli italiani» attraverso il mezzo televisivo, i
Radicali hanno scelto la piazza di fronte al colonnato di San Pietro.
L´iniziativa si è svolta ieri perché la manifestazione programmata per
oggi - distribuire volantini con i dati delle presenze-tv in piazza San
Pietro - è stata vietata dalla Questura.
domenica, 13 gennaio 2008
sabato, 12 gennaio 2008
IL PROBLEMA DEL KIWI
di Frank R. Zindler
L’articolo originale è reperibile presso American Atheists
Prima o poi, ogni persona razionale si è trovata faccia a faccia con una di quei tipi pieni di buona volontà ed irrazionali conosciuti come creazionisti. Solitamente, prima che il razionalista possa convincersi che punti di vista cosi primitivi possono ancora esistere, il creazionista andrà all’attacco. In pochi secondi, il razionalista starà cercando di non essere soffocato sotto una vera valanga di dati circa le proteine della rana–toro, le artriti dei Neanderthal, l’impossibilità della catena sinistrorsa degli amminoacidi senza l’intervento divino, l’inutilità di un occhio mezzo evoluto, l’imperfezione del registro fossile, e la supposta falsificazione di tutti i fossili conosciuti di Archæopterix. Solitamente, il razionalista riesce a trovare qualche argomento con cui respingere gli innaturali attacchi del creazionista. Anche cosi, il primo scontro con un creazionista a novanta ottani può essere abbastanza fastidioso, e non è raro per il razionalista passare poi vari giorni pensando a quali migliori argomenti avrebbe potuto usare.
A volte risulta chiaro che l’errore è stato di dare la possibilità al creazionista di prendere l’offensiva. Perché non sono state ricusate le affermazioni del creazionista? Perché non gli sono state richieste prove per supportare le più strane rivendicazioni della geologia del Genesi o della biologia biblica? Perché il creazionista non è stato messo sulla difensiva?
Per fortuna, alcune persone reputano che l’argomentare con gli apologisti del creazionismo può metterli abbastanza facilmente sulla difensiva, semplicemente richiedendo prove per appoggiare il mito dell’arca di Noè, il più vulnerabile dei miti creazionisti. Quando si attacca l’arca di Noè, comunque, è imperativo dirigere i propri siluri verso la parte giusta delle barca.Troppo spesso, razionalisti senza esperienza in dibattiti, domandano come ha potuto Noè catturare gli animali dai quattro quadranti della terra e poi portarli fino alla sua barca piena di termiti (1)
“Come ha potuto Noè arrivare fino in Sud America per imbarcare il formichiere gigante”, domanderanno. “Come ha potuto andare fino in Australia per i marsupiali? Ed in Antartide per i pinguini imperatore? E come ha potuto fare tutto ciò in soli sette giorni, come implicito nel Genesi 7:4?”
È inutile dire che anche un creazionista senza arte né parte può, di solito, fare a pezzi questi cavilli.
“Se spendessi più tempo leggendo la Bibbia e meno sognando impossibilità evoluzionistiche”, risponderebbe un creazionista ragionevolmente abile, “tu avresti la risposta alla tua domanda. È scritto in Genesi 7 : 14 – 16, ‘animali selvaggi di ogni specie, bestiame di ogni tipo, rettili di tutte le specie che strisciano sulla terra, e uccelli di tutti i tipi, tutti verranno da Noè nella sua arca, due a due di tutte le creature che hanno vita in sé. Quelle che verranno, saranno un maschio ed una femmina di tutte le cose viventi; essi verranno come ha comandato Dio’ (si spererebbe che a questo punto il nostro evoluzionista faccia notare che questo punto ne contraddice un altro, ossia Genesi 7 :2, dove Noè è comandato a salvare ‘animali puri’ sette per specie!)
Si farà notare che Noè non andò in giro per il mondo a raccogliere gli animali, ma che questi, miracolosamente, andarono direttamente da lui. Non si può combattere contro un miracolo. Anche dopo aver giocato il loro asso nella manica – magia – molti creazionisti si sentono un po’ imbarazzati per aver dovuto ricorrere ad un arma strategica cosi potente, cosi presto nella guerra ed allora tenteranno di trovare un argomento meno esoterico. Non dovranno cercare a lungo.
“Che cosa ti fa pensare che i kiwi sono dovuti venire dalla Nuova Zelanda e le tartarughe giganti dalle Galapagos?” domanderanno. “Prima del diluvio, tutte le specie differenti di animali vivevano nella stessa parte di mondo dove viveva Noè. Fu solo dopo il diluvio che la geografia cambiò e le diverse specie animali si sparsero per il mondo. Sebbene mettere tutti gli animali nell’arca possa sembrare miracoloso, non lo fu poi tanto”.
Certamente, a questo punto, il nostro evoluzionista può far notare che fossili di kiwi non sono mai stati trovati al di fuori della Nuova Zelanda, fossili di canguri fuori dell’Australia, e che i fossili dell’uccello elefante si trovano solo in Madagascar e nell’Africa sud orientale. Il nostro scienziato potrebbe aggiungere che l’Iraq (presumibilmente la regione dove il capitano Noè ed il suo equipaggio iniziarono il viaggio) non è conosciuto per i suoi fossili di ornitorinco o di formichiere gigante. Ma la conclusione che il registro fossile indica che il gigantesco moa dovette scarpinare dalla Nuova Zelanda fino in Iraq per comprare il biglietto per la crociera sarà rifiutata. Con gelido scherno, il difensore della fede osserverà: “È curioso che gli evoluzionisti cerchino di dar ragione dell’incompletezza del registro fossile quando difendono la loro teoria giocattolo, ma poi asseriscono che le incompletezze sono significanti quando usate contro le teorie scientifiche della creazione! Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Se voi potete dire che le linee di connessione tra gli invertebrati ed i vertebrati esistono, nonostante l’incompletezza dei fossili, allora noi possiamo dire che l’ornitorinco viveva sulle rive dell’Eufrate prima del diluvio! A causa dell’improbabilità che ha qualsiasi animale di fossilizzarsi, nessun monotrema mesopotamico ha avuto la ventura di diventare un fossile”. (2)
Scacco!
C’è, certamente, un modo migliore di esporre l’implausibilità dell’inganno del diluvio. Come già detto, il nostro ipotetico evoluzionista ha lanciato i suoi siluri dalla parte sbagliata della barca. Il dialogo sarebbe dovuto iniziare con una domanda tipo: “Mi stai dicendo che i kiwi sono in realtà dei rifugiati turchi?”
Se l’importanza della domanda non è immediatamente ovvia al nostro apologista fondamentalista, bisogna fargli notare che Noè, suppostamente, ha parcheggiato la sua arca su alcune montagne (al plurale, secondo il Genesi 8:4!) in quella che è oggi la Turchia. Dopo il diluvio, i kiwi (assieme ai dinosauri ed al dodo) dovettero incespicare giù da una o più montagne e poi prendere la via della Nuova Zelanda (senza dinosauri o dodo)– anche se non sapevano nuotare o volare. Non solo il kiwi dovette fare tutta la strada dalla Turchia alla Nuova Zelanda, il gigantesco moa (ora estinto) dovette farlo, insieme al takahe, una gallinula non volatrice e con il weka, un rallide senza ali. L’emù, uccello non volatore, ha dovuto raggiungere il continente isola Australia, cosi come il casuario. I nandù, uccelli non volatori che occupano nicchie ecologiche simili a quelle degli struzzi e gli emù, hanno dovuto fare tutta la strada fino in Sud America.
Dozzine e dozzine di uccelli che non potevano né volare né nuotare, hanno dovuto trovare la loro via per arrivare alle più remote isole del pianeta. Hanno dovuto fare ciò che leoni e tigri non hanno potuto.
Se i nandù poterono prosperare nelle Pampas argentine, perché non sono stati trovati nel veldt africano o nelle pianure australiane? Non è curioso che i fossili di nandù, anche di nandù estinti, siano stati rinvenuti solo in America? Non ne è mai stato trovato nessuno nel tragitto tra Turchia e Sud America.
“Se questi uccelli non volatori che oggi vivono su remote isole sono i discendenti di specie ancestrali capaci di volare” potrebbe far notare il nostro evoluzionista, “possiamo, allora, capire come essi riuscirono ad arrivare dove sono oggi. Solo una spiegazione evoluzionista – in qualche caso aiutata dalla deriva dei continenti durante tempi non – biblici – può spiegare queste stranezze biogeografiche”.
“No affatto”, potrebbe rispondere il creazionista. “Noi creazionisti accettiamo la possibilità di cambiamenti degenerativi nella storia della vita. Infatti, la storia della caduta di Adamo e la Seconda Legge della Termodinamica dice che se occorrono dei cambi, possono solo essere «in discesa». Gli uccelli non volatori che vivono su delle isole deserte sono attualmente prove della creazione”.
“Uccelli alti tre metri e ben adattati al loro ambiente si possono difficilmente considerare degenerati”, potrebbe replicare l’evoluzionista, aggiungendo, “se tutti questi strani uccelli e mammiferi che oggi abitano nelle regioni più remote della Terra hanno viaggiato dall’Ararat insieme agli uomini, non è strano che nessuna cultura umana al di fuori della Nuova Zelanda abbia mai rilevato tracce dei moa giganti, nessuna cultura fuori dell’Australia racconti storie di canguri o ornitorinchi, e che nessuna cultura al di fuori del Sud America sembra ricordare i formichieri giganti che scesero dal monte Ararat accompagnati dai primitivi uomini. È curioso, altresì, che i parassiti che accompagnano i kiwi sono stati trovati solo sui kiwi, ma su nessuna altra specie di uccelli. Ancora più curioso è il fatto che nessuna di queste strane creature è ricordata nella Bibbia!”
Si potrebbe far notare che il pidocchio Rallifora gadowi infesta solamente il kiwi Apterix australis. E non solo questa specie di pidocchio non vive su nessun altro animale al di fuori della Nuova Zelanda, non infesta nemmeno altre specie di kiwi, Apterix haasti e Apterix oweni, hanno il loro pidocchio “dedicato” Rallifora gracilentus e Rallifora pilgrimi, rispettivamente.
Se gli antenati dei kiwi avessero vissuto, una volta, stipati con altre specie di uccelli a bordo di una stretta nave di legno, sicuramente Rallifora gadowi si sarebbe trovato su qualsiasi altra specie di uccello del mondo, e tutte le altre innumerevoli specie di pidocchi degli altri uccelli si troverebbero sui kiwi, oltre Rallifora. La biogeografia dei parassiti ha un senso se c’è stata evoluzione,ma è del tutto incompatibile con l’idea che tutte le specie di animali abbiano vissuto confinate insieme in una “scatola” solo poche migliaia di anni fa.
I problemi posti dagli uccelli non volatori ed i loro parassiti alla “teoria” del diluvio universale sono poca cosa comparati ai problemi posti dalla biogeografia in generale. Si consideri la fauna di mammiferi dell’Australia, per esempio. La popolazione marsupiale dell’Australia contiene famiglie, generi e specie animali che non si trovano in nessun altro posto sulla Terra, neanche come fossili. Noi dovremmo supporre che ogni specie di marsupiale cercò di andare dall’Ararat in Australia,ma non riuscì a trovare nessun altro luogo, incluse quelle regioni localizzate tra la Turchia e l’Australia. Nonostante il fatto che la maggior parte delle specie marsupiali sembrano essere in svantaggio quando entrano in competizione con i mammiferi placentati (da qui l’estinzione di cosi tante specie marsupiali dopo l’introduzione di mammiferi europei), dovremmo supporre che i wombat, wallabi, koala, riuscirono a tener testa a tigri, leoni, orsi per tutto il cammino fino in Indonesia, e poi – anche se i superiori placentati non ci riuscirono mai – arrivare in Australia. E come se non fosse già abbastanza cervellotico tutto questo viaggio per mezzo mondo, dopo aver sollevata tanta polvere, risulta che i tipi di marsupiali che riuscirono ad arrivare in Australia ebbero la fortuna di formare un insieme di animali capace di riempire completamente tutte le nicchie ecologiche a disposizione.
Cosi, ci furono marsupiali talpa, formichieri, topi, erbivori, carnivori, frugivori, etc... – nessuno dei quali è mai stato trovato in nessun altro luogo nel mondo. Se questa popolazione altamente diversificata di marsupiali è discesa modificandosi (evolvendosi) da una o da poche primitive e non specializzate famiglie di marsupiali che raggiunsero l’Australia per mezzo di una “dispersione casuale” milioni di anni fa, questa situazione peculiare si fa comprensibile. Ma se tutte queste creature dovettero viaggiare dalla Turchia all’Australia come un sol gruppo, è incredibile al di là di ogni immaginazione.
Un altro caso ancora più incisivo si può fare comparando le faune di qualsiasi zona biogeografica che abbiano climi e caratteristiche geomorfologiche simili. È probabile, ad esempio, che ogni tipo di habitat che si trova in Africa, è riscontrabile in Sud America. Nonostante ciò, quasi nessuna specie di vertebrati che abitano queste due regioni sono simili tra loro. Se i leoni (Pantera leo) prosperano in Africa, perché non si trovano anche in Sud America. Se i puma (Felis concolor) abitano l’America, perché non l’Africa? Se i puma dovettero viaggiare dalla Turchia fino al Sud America, non ci aspetteremmo di trovarli anche in Africa che è, in comparazione, la porta accanto?
Se tutto ciò non è sufficientemente evidente contro l’idea che un vulcano spento in Asia Minore sia il centro da cui tutte le specie animali si sono disperse, possiamo allora considerare il problema degli animali abitatori di caverne. Molti di questi animali sono ciechi, e ci possiamo immaginare i problemi che avranno avuto per leggere le mappe stradali mentre cercavano la strada per le caverne della Patagonia, Florida, Nuova Zelanda e Sardegna. Mentre gli evoluzionisti non hanno problemi nello spiegare come mai tutti i sistemi di grotte isolate hanno faune uniche, è difficile comprendere come questo fatto possa venire spiegato da un creazionista. (È anche abbastanza difficile capire come le delicate stalattiti e stalagmiti che si trovano in alcune di queste caverne possano non essere state distrutte quando il mondo finì nell’anno 2348 A.C.)
Per mettere l’ultima perla nello scrigno del creazionismo, prendiamo in considerazione la biogeografia acquatica. La più clamorosa prova che il mito del diluvio fu il prodotto di culture prescientifiche è il fatto che Noè abbia preso con sé solo animali che respiravano aria dall’atmosfera. Piante ed animali acquatici furono lasciati a se stessi. Ora, certamente, delicati coralli e pesci d’acqua dolce sensibili alla salinità non poterono certo sopravvivere ad un diluvio veramente universale, e Noè avrebbe dovuto provvedersi di enormi acquari (sia di acqua dolce che salata) sul suo guscio di noce. Ma supponiamo, per il piacere della discussione, che i pesci riuscirono a sopravvivere al tremendo cataclisma che si abbattè sulla terra verso la fine dell’Antico Regno Egiziano, noi allora ci domandiamo perché ci sono specie, generi ed addirittura intere famiglie differenti nei laghi e fiumi di Australia, Africa e Sud America? Non è straordinario che 170 specie di Ciprinidi sopravvissero al diluvio nel Lago Vittoria, ma da nessun’altra parte, neanche nei laghi lì vicino? Non è risibile il pensiero creazionista quando sappiamo che delle 17 specie di Ciclidi che abitano il lago Barombi Mbo, un cratere vulcanico spento in Camerun, 12 rappresentano specie trovate solo lì? dove ne Genesi ci insegna che ognuno dei tre continenti meridionali possiede un genere di pesci polmonati, la famiglia Australiana forma addirittura una famiglia separata da quelle africane ed americane?
Di certo, quando si è preparati ad ammettere la magia come plausibile spiegazione delle stranezze del mondo che ci circonda, tutto è possibile – incluso la fauna del Barombi Mbo. Ma per i creazionisti che non hanno abdicato completamente all’irrazionale, l’argomento della biogeografia dovrebbe essere una prova convincente della realtà dell’evoluzione e dell’impossibilità del diluvio universale.
Traduzione di:
Roberto Anzellotti
socio UAAR
NOTE
(1) Termiti. Non solo Noè dovette imbarcare le termite per salvarle dall’estinzione, come comandato da Yahweh, egli dovette prenderne migliaia, milioni, come cibo per le varie specie di formichieri e pangolini. Poiché le termiti appaiono essere animali ritualmente impuri, Noè dovette imbarcarne solo una coppia per specie. Ciò crea un dilemma per il creazionista. Se gli animali mangia termiti dovevano sopravvivere durante il diluvio (veramente, secondo il testo ebraico del Genesi 8:19, essi si riprodussero durante la crociera, poiché scesero dall’arca con lel oro famiglie), dovevano mangiare termiti. Ahimè, con ogni slinguata di pangolino, molte dozzine di specie diverse di termiti si sarebbero estinte, benché a Noè fosse stato comandato di salvare le termiti prendendole a bordo! Lasciamo al lettore il piacere di calcolare quante specie di termiti e di formiche Noè dovette imbarcare per cibare dieci o venti specie di formichieri per tutta la durate del diluvio. Ogni animale mangiava diverse migliaia di termiti al giorno ed ogni specie aveva uno o due cuccioli all’anno. Avendo calcolato la popolazione di termiti nell’arca di Noè, il lettore potrà computare quanto legno abbiano dovuto rosicchiare le termiti durante la loro residenza con Noè e la sua famiglia spala letame. [indietro]
(2) Monotremi. Mammiferi depositori di uova, oggi comprendono solo echidna e ornitorinco. L’ordine dei Monotremi deve il suo nome a due parole greche che significano “un solo buco”, un’allusione al fatto che questi primitivi mammiferi, come i loro avi rettili, hanno solo una apertura posteriore, la cloaca, che serve per l’eliminazione dei rifiuti solidi e liquidi, e per le funzioni riproduttive. Nei mammiferi superiori, il maschio ha due aperture separate, la femmina tre. [indietro]
© 2001 American Atheists, Inc. Tutti i diritti riservati.
Traduzione autorizzata da American Atheists
Dal sito www.nogod.it
Madrid | 2 gennaio 2008
Il premier Zapatero ai vescovi: "Sulla famiglia non torneremo indietro"
Il premier José Luis Zapatero
Il partito socialista spagnolo (Psoe) e il premier José Luis Zapatero hanno reagito oggi in modo duro alla manifestazione di domenica scorsa a Madrid 'per la famiglia cristiana. I vescovi conservatori spagnoli avevano attaccato la legislazione sul matrimonio omosessuale e sul 'divorzio rapido approvata dal governo.
"Nella Spagna della Costituzione tutti hanno il loro posto - ha ricordato oggi Zapatero - tutti hanno diritto ad avere diritti, che professino o meno una religione. E' la Spagna che vuole la immensa maggioranza degli spagnoli, e continuerà così".
Il segretario organizzativo del Psoe, José Blanco, nel suo blog su internet, è stato ancora più netto, sostenendo che i vescovi "hanno due opzioni: presentarsi alle elezioni o mantenersi al margine della vita politica".
Il partito socialista ha anche inviato un comunicato, intitolato "le cose al loro posto", supervisionato dallo stesso Zapatero (e pubblicato sul quotidiano El Mundo), in cui si precisa che "chi deliberatamente ignora o non rispetta" il diritto della "società attraverso i suoi rappresentanti a stabilire principi di liberta' individuale e convivenza per tutti i cittadini", "si allontana dalle fondamenta essenziali della democrazia".
"La fede non si legifera", afferma la nota del partito socialista, che ricorda come, oltre alle nuove norme che hanno scatenato l'ira dei vescovi più conservatori, la legislatura che sta per terminare abbia prodotto anche molte altre leggi: "Per promuovere la natalità, per conciliare la vita familiare e
professionale, per dare dignità alle famiglie di pensionati con pensioni basse, per appoggiare le famiglie con persone dipendenti" e per fornire borse di studio agli studenti di famiglie povere.
"Non faremo nessun passo indietro", conclude il comunicato.
Nella manifestazione di domenica scorsa, a cui hanno partecipato circa 160.000 persone secondo i calcoli della stampa e di organizzazioni indipendenti, il cardinale di Madrid Antonio Maria Rouco Varela aveva sostenuto che il governo di Zapatero ha fatto "passi indietro sui diritti umani" rispetto agli standard dell'Onu. Altri vescovi avevano apertamente parlato di "leggi ingiuste" che minaccerebbero la famiglia cristiana.
Dopo l'appello dei fisici gli studenti preparano la contestazione
Giovedì il Papa terrà un discorso di inaugurazione dell'anno accademico
Alla Sapienza fronte anti-Ratzinger
"Nemico di Galileo, qui non parli"
ROMA - "Benedetto XVI non deve entrare all'Università La Sapienza". Il vade retro viene da un nutrito gruppo di docenti e studenti di uno degli atenei più antichi d'Europa e apre un nuovo fronte laici-cattolici. Il rischio è che giovedì prossimo, quando è in programma un discorso del Papa - terzo pontefice in visita all'ateneo - vada in scena una clamorosa contestazione, un sit-in antipapalino all'ombra delle Minerva. La parola d'ordine è: "Non vogliamo Ratzinger nel tempio della conoscenza perché è troppo reazionario".
L'alzata di scudi laica era stata preannunciata giovedì da una lettera ai vertici dell'università che hanno invitato, il 17 gennaio, papa Ratzinger ad inaugurare l'anno accademico 2007-08, il 705° dalla fondazione. Sessantasette docenti, tra cui tutti i più noti fisici dell'ateneo, hanno firmato un appello (pubblicato scorso su Repubblica) perché "quell'invito sconcertante", così lo hanno definito, venga revocato.
Il messaggio anti Ratzinger è stato spedito direttamente al rettore Renato Guarini: "Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso a Parma, Joseph Ratzinger ha rilanciato un'intollerabile affermazione di Feyerabend: "Il processo della Chiesa contro Galileo fu ragionevole e giusto"". Una frase che ha fatto sobbalzare il gruppo di scienziati che ora fa la fronda alla visita di Benedetto XVI. E che si dicono "indignati in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all'avanzamento e alla diffusione delle conoscenze. Quelle parole ci offendono e ci umiliano. E in nome della laicità della scienza auspichiamo che l'incongruo evento possa ancora essere annullato".
La risposta del rettore Guarini? Un invito alla tolleranza e nessuna marcia indietro. "Al di là delle divergenze di opinioni - dice - bisogna accogliere Benedetto XVI come un uomo di grande cultura e di profondo pensiero filosofico, come messaggero di pace e di quei valori etici che tutti condividiamo". Così la cerimonia è stata confermata, e sarà divisa in due parti: la lectio magistralis tenuta da Mario Caravale, docente di storia del diritto, che parlerà della pena di morte, poi gli interventi del ministro dell'Università Fabio Mussi e del sindaco di Roma Walter Veltroni. Poi il discorso di Benedetto XVI. Alla fine, tutti in cappella.
Ma la vigilia potrebbe diventare "pesante". Dopo i professori anche gli studenti promettono che non resteranno a guardare. Annunciano che faranno un sit-in contro "l'oscurantismo" di Benedetto XVI, terzo papa in visita alla Sapienza dopo Paolo VI nel 1964 e Giovanni Paolo II nel 1991. "Non capiamo per quale motivo il Papa debba prendere parte alla cerimonia" sottolinea Michele Iannuzzi della Rete per l'Autoformazione. E centinaia di studenti delle università romane già fanno sapere che nei prossimi giorni si daranno appuntamento sotto la statua della Minerva, simbolo del sapere e della conoscenza. Già mercoledì organizzeranno cortei, campagne di comunicazione e daranno vita a "gesti eclatanti" per coinvolgere il maggior numero di studenti in quella che vuole essere "una vera e propria lotta contro l'ingerenza del pontefice nelle istituzioni italiane".
Clima di mobilitazione anche tra i docenti. Andrea Frova, docente di Fisica generale, è tra coloro che hanno partecipato alla stesura della lettera: "L'invito è una scelta inopportuna e vergognosa e non è sufficiente che il Papa non tenga più la lectio magistralis, come avevano deciso all'inizio. È solo un maquillage fatto anche piuttosto male. Si tratta di un capo di stato straniero ed inoltre il capo della Chiesa cattolica. E noi che abbiamo dedicato tutta la vita alla scienza non ci sentiamo di ascoltare, a casa nostra, una voce autorevole che condanna di nuovo Galileo". Un altro dei firmatari più attivi è Carlo Cosmelli, docente di Fisica: "Le accuse anti-scienza che il Papa ha lanciato da cardinale le ha ribadite anche nella sua ultima enciclica. Lui è convinto che, quando la verità scientifica entra in contrasto con la verità rivelata, la prima deve fermarsi. Una cosa del genere in una comunità scientifica non può essere accettata".
(12 gennaio 2008)
Un cronista di "Liberazione" ha finto di essere omosessuale e si è
prestato alla "cura" di un gruppo ultracattolico
Giornalista si finge gay con un prete. Per sei mesi in "terapia cattolica"
Nell'articolo racconta la sua esperienza: "Una moda che spopola nel
Nord America"
Il presidente Arcigay Mancuso: "Intervenga il ministero della Salute"
Sei mesi in "terapia" in un gruppo ultracattolico per curare la sua
omosessualità, attraverso un percorso iniziato con l'incontro con un
sacerdote e poi con un luminare, Tonino Cantelmi (docente di
psicologia all'Università Gregoriana), quindi un test di 600 domande e
poi la "terapia riparativa".
E' quanto racconta su Liberazione oggi (23/12/2007) in edicola Davide
Varì, il giornalista che si è finto gay per sei mesi per conoscere,
scrive nell'articolo, il circuito italiano di "taumaturghi del sesso
deviato. Una moda che spopola nel Nord America grazie al lavoro di
molti gruppi legati alla Chiesa e che segue l'insegnamento e la
pratica di Joseph Nicolosi", uno psicologo clinico che "vanta ben 500
casi di 'gay trattati'".
L'inchiesta del cronista di Liberazione ha spinto il presidente dell'Arcigay,
Aurelio Mancuso, a chiedere l'intervento dell'Ordine nazionale degli
Psicologi e del ministro alla Salute, Livia Turco. "Un quadro
allarmante" ha detto Mancuso commentando l'articolo, "con figure di
primo piano coinvolte nell'applicazione di pseudo-terapie di
guarigione dall'omosessualità che derivano dalle teorie imbevute di
pregiudizi e luoghi comuni di un sedicente terapeuta cattolico
americano Joseph Nicolosi".
"Il giornalista è stato ascoltato da vari psicologi dell'équipe di
Tonino Cantelmi, presidente e fondatore dell'Associazione italiana
Psicologi e Psichiatri Cattolici e docente di psicologia
all'Università Gregoriana, e poi si è sottoposto per sei mesi a sedute
di guarigione. Il fatto è gravissimo perché - spiega Mancuso -
ricordiamo a tutti che il 17 maggio 1990, dopo secoli di persecuzione,
l'Organizzazione mondiale della sanità ha definito l'omosessualità una
variante naturale della sessualità".
"Negli anni immediatamente successivi gli Ordini internazionali degli
Psicologi e degli Psichiatri, che da decenni premevano per
l'abolizione dell'omosessualità come malattia mentale, hanno recepito
la decisione dell'Oms, così come tutti gli stati democratici, le
istituzioni europee e dell'occidente. Inoltre dal racconto si evince -
sottolinea Mancuso - che in questi studi di psicologi cattolici
reazionari sono presenti molti adolescenti minorenni, portati dai
propri genitori, il che significa che queste persone sono in qualche
modo forzate a curarsi da una patologia inesistente".
"Chiediamo l'immediato intervento dell'Ordine nazionale degli
Psicologi e del ministro alla Salute Livia Turco, affinché queste
pericolose pratiche di condizionamento sulle persone cessino
immediatamente. Vogliamo inoltre sapere - prosegue Mancuso - se
Cantelmi, i suoi collaboratori, i corsi di terapie individuali e
collettivi, siano in qualsiasi modo riconosciuti o sostenuti
finanziariamente dalla sanità pubblica oppure attraverso fondi
derivanti dall'8 per mille".
"Denunciamo infine - conclude Mancuso - come in tutto il paese, come
più volte evidenziato da nostre comunicazioni e di altre associazioni
di persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender, imperversino
gruppi di psicologi o sanitari cattolici, che nelle parrocchie e in
altri ambiti ecclesiastici propagandino la cura dell'omosessualità,
senza che alcuna autorità preposta sia per ora intervenuta a
contrastare teorie altamente lesive della dignità delle persone
omosessuali".
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Cantelmi,psicologia
Rappresentante ayatollah Khamenei: 'Le donne che non rispettano l'hijab devono morire'
"Sia le donne che non rispettano l'hijab che i loro mariti meritano la morte". È questa la sentenza dell'hojatolislam Gholam Reza Hassani, guida della preghiera di venerdì della città di Urumieh, nell'Azerbaijan iraniano. "Non riesco a capire - ha tuonato Hassani - come mai queste donne che non rispettano l'hijab, 28 anni dopo la nascita della Repubblica Islamica, siano ancora vive. Queste donne, e i loro mariti e i loro padri devono morire", ha aggiunto Hassani. Le parole del rappresentante dell'ayatollah Seyyed Ali Khamenei nell'Azerbaijan orientale assumono un rilievo molto particolare, dato che proprio in questo periodo alcune femministe vengono accusate dall'autorità giudiziaria di appartenenza a banda armata e di attività sovversive contro la sicurezza dello Stato. Potrebbero, infatti, provocare una vera caccia alle donne che non rispettano alla lettera il codice d'abbigliamento islamico.
venerdì, 04 gennaio 2008
Chiagne e fotte
• da L'Unità del 4 gennaio 2008, pag. 1
di Paolo Flores d'Arcais
«Chiagne e fotte» (anche contratto in «chiagn'e fotte») è una delle
più note espressioni del dialetto napoletano. Indica una persona che
gode di privilegi e ciononostante si lamenta, quasi fosse
discriminato. Un privilegia¬to a cui non basta mai, insomma. Non
utilizzeremo questa perspicua ed efficacissima manifestazione del
logos partenopeo a proposito della recente uscita del cardinale
Tarcisio Bertone, Segretario di Stato di Santa Romana Chiesa (quasi
un vice-Papa, per capirsi), perché le attuali norme sul celibato
ecclesiastico renderebbero di cattivo gusto accostare a un prelato un
qualsiasi riferimento sessuale, fosse anche giocoso o metaforico. E
tuttavia, sentirlo dichiarare solennemente che «il Partito de¬
mocratico non deve mortificare i cattolici», quando lo sport quoti¬
diano in detto partito sembra semmai quello del «bacio della panto¬
fola» e di ogni altro esagerato ossequio verso la Chiesa gerarchica,
lascia davvero senza parole.
Cosa vuole di più il cardinal Bertone dal neo-segretario Veltroni,
con il quale dice di essersi lamentato per le «derive» («laiciste»,
ça va sans dire) del nuovo partito, tali che gli fanno rimpiange¬re
Gramsci e Togliatti (sic!)? Non gli basta che il centrosinistra
abbia già scaricato in soffitta un pur timidissimo disegno di legge
sui Dico o Pacs o come altro li si vuol innominare? Non gli basta che
dopo aver dovero¬samente ascoltato la richiesta del¬l'Europa, che
chiede a tutti i Paesi membri di non accettare discriminazioni tra le
diverse preferenze sessuali (richiesta che l'Europa avanza col
sostegno di gran parte delle forze politiche di destra), il
centrosinistra si sia già rimangiato quel gesto di elementare
civiltà, con risibili scuse tecnico-procedurali? Non gli basta che il
governo continui a trac¬cheggiare di fronte a una legge igno¬bile, che
costringe le coppie che ri¬corrono alla fecondazione artificia¬le a
rischiare di concepire bambini con gravissime malformazioni, leg¬ge
che per fortuna più di un tribunale ha interpretato alla luce della
Costituzione? Non gli basta che il cen¬tro-sinistra continui a
impinguare e locupletare le scuole clericali, in spregio di un
articolo della Costitu¬zione che più chiaro non si può? Non gli basta
che nella scuola pubblica (pubblica?) siano stati fatti entrare in
ruolo migliaia di insegnanti di religione nominati dalla Cei, che
potranno eventualmente passare a insegnare filosofia, storia,
italiano (sempre restando di ruolo, senza concorso)? Non gli basta
che in barba alla famosa commissione Levi-Montalcini, si continui a
NON in¬segnare il darwinismo nei primi anni di scuola e fino
all'adolescenza (contribuendo a farli restare bamboccioni)?
Non gli basta un meccanismo truf¬faldino dell'otto per mille che rega¬
la alla stessa Cei ogni anno qualcosa come un miliardo di euro (per
non parlare dell'esenzione dall'Ici e altre regalie feudali)? Non gli
basta una televisione pubblica (a chiacchiere) dove l'editorialista
quotidiano dei Tg non è un giornalista, per lottizzato che sia, ma il
Sommo Pontefice (di cui ci viene propinato ogni di¬scorso,
dichiarazione, elucubrazio¬ne, anatema, glossa) e dove la fiction
ormai ha superato in devozione la «Legenda aurea» di Jacopo da
Varazze, e in ogni dibattito "scientifico" è presente un esorcista?
Non gli basta. Tutta la Chiesa gerar¬chica - e il Papa in primo luogo -
si accontenterebbe infatti solo di un programma davvero minimo: l'im¬
posizione per legge a tutti i cittadini dei «valori non negoziabili»,
cioè della morale clericale su vita, morte, sessualità, educazione,
ricerca scientifica. E questo centro-sinistra su qualche dettaglio
ancora recalcitra. Sempre meno, del resto, visto che di fronte
all'affondo anti-aborto del trio Ferrara-Ruini-Bondi (in ordine
rigorosamente cronologico) e alla dichiarazione sanfedista della
senatrice Binetti che voterà con Forza Ita¬lia, nessuno ha pronunciato
l'ovvio "non possumus" laico, col suo inevi¬tabile corollario: o lei
(e altri sanfedi¬sti come lei) o noi. Le pretese di Bertone (che sono
poi quelle di Ratzinger) non fanno che riportare in auge gli anatemi
del Sillabo. I «valori non negoziabili» sono gli stessi di allora,
solo che ora non li si invoca più contro le democrazie, si vorrebbe
che diventassero la Costituzione stessa delle democrazie. Di fronte a
tanta totalitaria pretesa, quello che lascia sgomenti è proprio la
mancanza di reazione di chi si professa democratico. Perché, la
laicità o il laicismo coerenti, che esigono uno Stato neutrale
rispetto alle diverse morali di gruppo e personale, dove dunque si
legiferi secondo il principio di Grazio («Etsi Deus non daretur»,
come se Dio non ci fos¬se), non costituiscono un estremi¬smo ateo di
segno analogo e contrario all'estremismo clericale che vuo¬le imporre
a tutti la propria morale per legge. L'opposto speculare di ta¬le
pretesa sarebbe quella di uno Stato che pretenda di imporre per leg¬
ge, a tutti, l'aborto in caso di malformazione, o dopo «x» figli (per
via della sovrapopolazione). O vieti l'insegnamento della religione,
e a scuola abbia un'ora di «ateismo» settimanale. O in nome di una
morale edo¬nista esiga l'eutanasia per tutti i malati terminali in
balia della sofferenza. O che, per stroncare la piaga delle ragazze
madri, renda obbligatorio l'uso della pillola per tutte le mino¬renni.
E via costringendo. Tutte cose che un laico non si sognerebbe mai di
chiedere. Perché laico significa democratico, e democrati¬co significa
laico. In una democrazia liberale i due termini si implicano a
vicenda. E significano uno Stato che non impone a nessuno la morale
di altri, ma rispetta la morale autonoma di ciascuno (fino a dove non
distrugge l'autonomia dell'altro, ovviamente). Dunque, uno Sta¬to che
non impone a nessuno il divorzio, ma a nessuno impone l'in-
dissolubilità del matrimonio. A nessuno impone la contraccezione, ma
non impone le contorsioni dell'Ogino-Knaus a chi la contraccezione
(sicura) la vuole praticare. A nessuno impone l'aborto terapeutico,
ma a nessuno impone la nasata di un figlio non voluto. A nessuno
impone l'eutanasia, ma a nessuno impone la tortura di una sofferenza
terminale inenarrabile. A ciascuno, invece, garantisce la libertà di
scelta. Questa è l'autentica moderazione del laicismo più
intransigente, il suo «giusto mezzo»: non tollerare che una parte
della società imponga all'altra la propria morale, che un gruppo
prevarichi facendo del pro¬prio volere morale il dovere della totalità
dei cittadini, ma rispettare l'au¬tonomia morale di tutti e di ciascu-
no. Questi sono gli unici valori non negoziabili che dovrebbero
accomunare, senza se e senza ma, tutti i de¬mocratici, di tutti i
partiti (e più che mai di chi così ha deciso di chiamarsi).
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